“Love, Lies, Bleeding”, il secondo lungometraggio di Rose Glass, arriva nelle sale per trascinare gli spettatori in un cupo revenge movie, ambientato in una cittadina del New Mexico nel 1989. Lou, interpretata da Kristen Stewart, è una donna introversa e riservata che gestisce la palestra del padre, dal quale cerca di prendere le distanze, poiché coinvolto in attività malavitose. La sua grigia e monotona routine, tra casa e palestra, viene sconvolta dall’arrivo di Jackie, interpretata da Katy O’Brian, una bodybuilder determinata a raggiungere la fama. Tra le due donne nasce una passione travolgente, che ben presto finirà però per intrecciarsi con traumi irrisolti, trasformandosi in una spirale distruttiva capace di infrangere ogni regola e morale.
Sono molteplici le tematiche affrontate, ma sembrano quasi tutte ruotare attorno alla sfera femminile. La prima è legata alla passione di Jackie per il bodybuilding, una disciplina tradizionalmente associata agli uomini. L’opera, quindi, cerca di sovvertire i ruoli di genere. Un altro tema rilevante è la violenza sulle donne, rappresentata dal rapporto tra Beth e il marito, che la picchia ripetutamente, trovando sempre perdono o giustificazione da parte della società. Inoltre, la violenza femminile viene vista come una reazione inevitabile a quella maschile, possiamo notarlo nella scena in cui Jackie colpisce un uomo in palestra, a seguito di avances non richieste. Infine, viene esplorato il tema dell’amore ossessivo, capace di sfociare in atti estremi.
Da un punto di vista estetico, il film è quasi impeccabile, catturando stilisticamente la vera essenza dell’America di quegli anni. Inoltre, cerca di ricreare una sensazione di sporco e degrado, non solo attraverso gli ambienti o l’aspetto dei personaggi – come i capelli costantemente unti di Lou o i denti marroncini e rovinati di Daisy – ma anche tramite l’uso di una patina giallastra in alcune scene, riuscendo così a rappresentare il marciume nascosto nelle vite dei personaggi.
La narrazione è coinvolgente e capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo, tuttavia, alcuni elementi legati ad una dimensione più fantastica risultano essere meno apprezzati. Come la scena in cui Jackie, dopo aver assunto sostanze, sembra avere un demone sotto pelle, piuttosto che la scena dove si trasforma in un gigante. Si tratta di momenti suggestivi e capaci di rappresentare lo stato d’animo dei personaggi che, però, rischiano di spezzare la tensione, allontanando lo spettatore da una narrazione, fino a quel momento, radicata nella realtà. Forse, sono proprio gli eccessivi vaneggiamenti a compromettere la storia.

Francesca Ganzinelli