L’angolo di Michele Anselmi
Se l’altra volta il “monster” era uno solo, lo spietato e cannibale serial-killer Jeffrey Dahmer, stavolta il titolo recita “Monsters” al plurale, seguito dalla scritta: “La storia di Lyle ed Erik Menéndez”. Ryan Murphy e Ian Brennan continuano a ricostruire, per Netflix, feroci casi di cronaca nera, e un terzo capitolo pare sia in cottura. Tirare in ballo la categoria del “mostro” è sempre aleatorio, magari una trovata acchiappona ma discutibile; tuttavia direi che qui abbia un senso, anche perché i “monsters” in questione sembrano essere più di due, perlomeno quattro: l’intera famiglia.
Nove puntate di circa cinquanta minuti l’uno, attori bravi e funzionali alla ricostruzione d’ambiente, una notevole cura nel proporre i diversi punti di vista, nonostante le inevitabili polemiche scoppiate negli Stati Uniti, così almeno leggo.
Chi sono Lyle ed Erik Menéndez? Due fratelli assassini, oggi in carcere, condannati all’ergastolo. Il 20 agosto del 1989 uccisero con fucili a pompa i loro genitori, José e “Kitty”, sparando una dozzina di colpi mentre i due stavano davanti alla tv nella loro sontuosa villa a Beverly Hills (Los Angeles). Lì per lì si pensò a una vendetta mafiosa, essendo il padre, di origine cubana, un ricco e discusso imprenditore nel ramo home-video, “influente quanto Spielberg e Scorsese” sentiamo dire; ma l’ipotesi risultò presto infondata, mentre i due rampolli, poco affranti, si diedero alla pazza gioia spendendo 700 mila dollari in poche settimane, come anticipo dell’eredità.
Solo che Erik, il diciottenne, più fragile e tormentato, spifferò il tutto al suo psichiatra, un certo dottor Oziel, e da lì le cose si complicarono. Pochi mesi dopo, nel marzo 1990, i due vennero arrestati e cominciò una lunga vicenda giudiziaria, pure con un processo annullato, che si sarebbe conclusa solo nel 1996 con quella condanna “fine pena mai”.
Dal carcere i due fratelli hanno protestato, riuscendo perfino a realizzare un documentario “The Menéndez Brothers” con la loro contro-verità (sarà sempre su Netflix dal 7 ottobre), ma francamente direi che la miniserie di Murphy & Brennan non sia disonesto o parziale, come potrà verificare chiunque la veda sulla piattaforma digitale.
Ho visto le prime tre puntate di seguito, e debbo confessare che, all’inizio scettico, sono rimasto incuriosito, sicché vedrò le altre sei, immagino fitte di novità e retroscena.
L’aria del tempo c’è tutta, ben restituita dalla regia di Carl Franklin: nei cinema furoreggia “Batman” di Tim Burton, i ragazzi si pettinano come Tom Cruise in “Cocktail” o si vestono come Michael Jackson in “Thriller”, ma a casa Menéndez, in quella sfarzosa opulenza, si respira un’aria irrespirabile, di isterico autoritarismo. Il padre, incarnato da Javier Bardem, terrorizza e umilia i due figli, certo viziati, sotto lo sguardo complice/remissivo della moglie, ovvero Chloë Sevigny. Il matrimonio è a pezzi, l’infelicità è palpabile, infatti la pressione esercitata sui figli è tale che i due giovanotti, ispirandosi a un film tv di due anni prima, “Billionaire Boys Club”, decidono di farla finita e di “liberarsi” degli odiati genitori.
Spira uno strano clima su questa miniserie: un mix di realistico e grottesco, affondi buffi e retroscena penosi, secondo uno stile, figliato da “American Crime Story”, che reinventa sanguinosi casi criminali con forte senso dello spettacolo. Facendo affiorare via il doloroso motivo che fu alla base, così si difendono i due assassini, della sparatoria: il padre, cultore di una certa pratica “spartana”, per anni aveva sessualmente abusato di loro, nella complice distrazione della madre.
Il più risoluto Lyle e il più fragile Erik sono interpretati da Nicholas Chavez e Cooper Koch, davvero bravi nel loro essere tragicamente ridicoli nel culto dei corpi scolpiti, e certo affiora qualcosa di mostruoso e patetico nel senso di impunità con il quale misero appunto il presunto piano perfetto. Specie il primo, così cinico, arrogante e anaffettivo, custodisce un segreto “tricologico” sul quale la serie molto insiste, perché lo esporrà in carcere alla derisione generale.
Michele Anselmi