Cosa accadrebbe se, in un futuro in cui circa il 70% dei lavori fosse svolto dalle macchine, dovessimo scegliere tra intraprendere una nuova professione o preservare i ricordi del passato?
Sembra essere questa la domanda che “The Beast” (La Bête), l’ultima opera del cineasta francese Bertrand Bonello (presentata in concorso a Venezia 80), pone ai suoi spettatori, accompagnandoli in questo folle viaggio tra diverse epoche storiche, tutte accomunate dalla paura per l’ignoto e per un futuro che si preannuncia come un qualcosa di catastrofico.
Nel 2044, Gabrielle Monnier (Léa Seydoux) è una donna disoccupata che vive in un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha ormai soppiantato l’uomo in gran parte delle sue attività. Per potersi reinserire nel mondo del lavoro, Gabrielle deve “purificare” il suo DNA dai traumi del passato.
A tale scopo, si sottopone a delle lunghe sedute di “immersione” in una clinica speciale, dove esplora le sue vite passate (nello specifico quelle del 1910 e del 2014), con lo scopo di rimuovere la sua paura per la “bestia” che minaccia la sua vita futura. Nei suoi molteplici viaggi nel tempo, Gabrielle fa la conoscenza di Louis (un bravissimo George Mackay), un ragazzo che è allo stesso tempo amante e stalker – a seconda dell’epoca – della protagonista.
Traendo ispirazione dal racconto “La bestia nella giungla” di Henry James, Bonello scrive e mette in scena una storia d’amore inserendola all’interno di un contesto surreale che fa della frammentazione e della rottura continua della narrazione la sua cifra stilistica.
Nel film si salta, senza soluzione di continuità, da un genere all’altro, passando dal dramma storico in costume al thriller fantascientifico, alternando tra loro una miriade di formati diversi che spaziano dalla visuale in prima persona tipica di un vlog su YouTube allo split-screen da sistema di sorveglianza. Dal punto di vista linguistico, Bonello non si pone limiti: jump cut, pixelizzazioni, rewind, tutto ciò che può potenzialmente destabilizzare lo spettatore viene qui mostrato dal regista, il quale lavora proprio per sovrapposizione, aggiungendo di continuo ulteriori “strati” alla narrazione come se fosse quasi una matrioska.
“The Beast” ha poi tutta una serie di influenze cinematografiche che si possono riscontrare sia a livello stilistico che narrativo: alcune sequenze, come quella dell’home invasion nella villa californiana di Gabrielle (ambientata nel 2014), ricordano apertamente il David Lynch di “Mulholland Drive” (2001), mentre la struttura narrativa — incentrata su un amore che attraversa diverse epoche, con i protagonisti che si incontrano in momenti altrettanto diversi della loro vita — riporta alla mente l’approccio di Michel Gondry in “Se mi lasci ti cancello” (2004).
Quello di Bonello è dunque un cinema che si interroga sulle paure esistenziali dell’uomo, tra cui quella nei confronti dell’IA, e sulla sua capacità di combatterle e superarle. È proprio questa forza, secondo il regista, ciò che ci tiene in vita; senza di essa, saremmo ridotti a delle “bambole” svuotate di ogni senso ed emozione. In sala dal 21 novembre.
Daniele Schina