Una coppia sui trent’anni ha il desiderio di mettere su famiglia. La loro vita è serena, la situazione economica stabile: sembra il momento perfetto. Ma qualcosa di imprevedibile sconvolge i loro piani, rendendo all’improvviso caotica la loro quotidianità. “La folle vita” ci racconta questa storia, tratta da un’esperienza personale dei registi Ann Sirot e Raphaël Balboni, al loro primo lungometraggio. Uscito nel 2020 in Belgio, sarà nelle sale italiane a partire dal 29 giugno. I due protagonisti sono Alex (Jean Le Peltier) e Noémie (Lucie Debay), e devono improvvisamente affrontare la malattia della madre di Alex, Suzanne (Jo Deseure). La donna inizia infatti a comportarsi in modo strano, dimentica ad esempio ciò che le viene detto, oppure fa dei piccoli furti nei negozi. Il figlio e la nuora la portano immediatamente da un medico, e la diagnosi è presto detta: Suzanne soffre di una patologia neurodegenerativa allo stadio iniziale, la Demenza Semantica. Una malattia simile all’Alzheimer, che colpisce prima la capacità di ricordare il significato delle parole, poi porta alla perdita di ogni inibizione ed a comportarsi in modo inappropriato. Questa problematica sconvolge la vita della coppia, che mette momentaneamente da parte ogni proposito di genitorialità per dedicarsi a Suzanne. Ma la sua malattia è solo all’inizio. Il film racconta così lo sviluppo della patologia della donna, ed il suo inevitabile aggravarsi. Arriva infatti ad entrare in casa di sconosciuti nel bel mezzo della notte, o a presentarsi nuda ad una riunione di famiglia. Nonostante l’innegabile tragedia di una persona che perde il controllo di sé stessa, le vicende di Suzanne vengono raccontate in chiave comica, e strappano un sorriso allo spettatore. Lei stessa appare euforica e spensierata. Alex e Noémie non reagiscono allo stesso modo ai comportamenti di Suzanne, ma hanno ognuno una diversa prospettiva, proprio come accadrebbe nella realtà. Alex è diviso tra la preoccupazione e l’imbarazzo, ed è più orientato a mettere da parte la sua vita personale finché la situazione non sarà sotto controllo. Noémie, al contrario, è consapevole che la condizione della suocera sarà permanente. Desidera ancora diventare madre, e continuare con la sua vita nonostante tutto. La regia ha uno sguardo quasi documentaristico e, tramite l’uso di telecamera a mano e jump cut, ci offre uno spaccato sulla Demenza Semantica e sulle conseguenze su chi la vive da vicino. Ci sono momenti che però escono da questo schema, come le inquadrature in cui tutto è monocolore, ad indicare simbolicamente il predominio della malattia sul mondo dei protagonisti. La malattia di Suzanne rappresenta l’imprevedibilità della vita, che vale sempre la pena di essere vissuta anche quando le cose non vanno come previsto. E solo accettando i suoi lati più folli ed incontrollabili potremo evitare di esserne travolti. È quello che accade anche ad Alex e Noémie, che proprio quando iniziano ad assecondare Suzanne nei suoi momenti di follia, divertendosi insieme a lei, tornano a focalizzarsi su loro stessi e sul loro futuro insieme.

Martina Genovese