Vincitore del premio FIPRESCI nella sezione Un Certain Regard del 76° Festival di Cannes, “Los Colonos” segna l’esordio nel lungometraggio del regista cileno Felipe Gálvez, che qui realizza un crudo e feroce western revisionista ambientato nella Terra del Fuoco (al confine tra Cile e Argentina) di fine ‘800.
La storia si svolge in seguito alla concessione, da parte del governo cileno, di una vasta porzione di terra al ricco proprietario terriero José Menéndez (Alfredo Castro). Per epurare queste terre dalla popolazione indigena dei Selk’nam, viene organizzata una spedizione formata da tre uomini: un ex ufficiale britannico (Mark Stanley), un cowboy texano (Benjamin Westfall) e un meticcio, Segundo (Camilo Arancibia), per metà bianco e per metà indio. Questo viaggio si trasformerà presto in una cronaca di stermini spietati che riveleranno il volto più oscuro della colonizzazione.
Nella sua ricostruzione del violento passato cileno, Gálvez si serve di una narrazione dai tempi dilatati che amplifica il senso di orrore provato durante le sanguinose stragi di cui si macchiano i due personaggi anglofoni della spedizione. Se infatti le figure dei due coloni occidentali sono rappresentate con un certo macchiettismo che mette prevalentemente in risalto i loro aspetti più cruenti, dall’altra parte il personaggio di Segundo, il meticcio “reclutato” per fare da spalla alla spedizione, è allo stesso tempo testimone (impotente) e attore del massacro. Il suo è forse l’unico sguardo che avrebbe una qualche importanza all’interno di quel contesto, essendo anche un nativo vero e proprio di quelle terre, ma, per ovvie ragioni legate alla sua posizione da sottoposto, non ha libertà di parola.
Le vaste distese della Terra del Fuoco, ritratte attraverso inquadrature in campo lungo e lunghissimo, accentuano il senso di isolamento e maledizione che grava sulla spedizione. La fotografia di Simone D’Arcangelo, con l’uso predominante della luce naturale, esalta la crudezza delle stragi, spostando il film verso toni epici piuttosto che realistici. L’accompagnamento musicale, mai consolatorio, aggiunge ulteriore tensione, mantenendo lo spettatore in uno stato di inquietudine costante.
Gálvez, coadiuvato dalla cosceneggiatrice Antonia Girardi, pone quindi al centro della narrazione la dolorosa eredità del genocidio dei Selk’nam, una popolazione ormai estinta a eccezione di pochi discendenti. Attraverso il personaggio di Segundo, il regista interroga la coscienza collettiva cilena, sollevando domande scomode sul peso storico della violenza perpetrata in nome dell’unificazione del paese.
Il potentissimo finale lascia un segno indelebile, dimostrando l’impossibilità di rimanere indifferenti rispetto alle atrocità del passato. Tutto ciò che sembrava essere sepolto per sempre riemerge con forza, esponendo le fragilità di una civiltà che tenta invano di sottrarsi al peso del suo retaggio storico.
In questo modo, Felipe Gálvez invita lo spettatore a riflettere sull’eredità del colonialismo, ricordandogli che dietro ogni libertà di cui gode la sua vita presente si cela spesso il sangue di milioni di vittime innocenti. In streaming su Mubi.

Daniele Schina