L’angolo di Michele Anselmi

Bisbiglia e sospira ogni momento il Leopardi di Leonardo Maltese, per la regia di Sergio Rubini, e alla fine non basta nemmeno alzare il volume del televisore, l’unica soluzione è mettere i sottotitoli (io ci sento ancora bene). Di sicuro è una scelta estetica, espressiva, romantica, ma rende “il giovane favoloso”, a dieci anni dal memorabile film di Mario Martone, un personaggio alquanto stereotipato, sempre in rimessa, abbacchiato, nonostante le intenzioni di Rubini. Il quale scrive: «Piuttosto che lo studioso curvo perennemente sui libri, il nostro Leopardi ha il piglio di un esuberante “enfant prodige” che desidera divorare il mondo e viverne appieno ogni sfaccettatura. Al posto di una figura grigia, rischiosamente polverosa e respingente, preferiamo tratteggiarne un’altra più brillante, variopinta, trasgressiva e soprattutto piena di fascino».
Dopo un generoso passaggio alla Mostra di Venezia, ieri sera, su Raiuno, è andata in onda la prima maxi-puntata di “Leopardi. Il poeta dell’infinito”, stasera, mercoledì 8 gennaio, passerà la seconda (l tutto dura 4 ore e cinque minuti). Rubini ormai s’è specializzato in fiction biografiche, penso al precedente “I fratelli De Filippo”, e pure lì era fresco il ricordo di “Qui rido io” sempre di Martone.
Scritta da Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini, insieme al regista, la miniserie riproduce con qualche notevole libertà, del resto dichiarata da un cartello sui titoli di coda, l’esistenza del genio recanatese che si srotolò tra il 1798 e il 1837.
In tutto trentanove anni di vita, e il film parte proprio dalla fine: quando, nella Napoli fresca di colera, l’amico Antonio Ranieri introduce nottetempo nella chiesa di Don Carmine il feretro contenente il corpo esanime di Leopardi. Il prete è riluttante, non intende pregare per il poeta in odore di scandalo, pure censurato per i suoi scritti, ma qualcosa cambierà nel corso della notte: e intanto parte il flashback che riporta l’azione a ventisei anni prima, nella Recanati del 1810.
Naturalmente, sempre per dirla con Rubini, «è l’incontenibile amore per la vita il motore che muove Leopardi e la sua poetica; e il suo pessimismo è il risultato di una costante ricerca di felicità negata da un universo incomprensibile e sordo ai desideri degli uomini». D’accordo. Ma poi la miniserie, almeno la prima parte passata ieri, non mantiene, a mio parere, ciò che promette. Nonostante il ricco apparato tecnico: i costumi di Maurizio Millenotti, le scenografie di Francesco Frigeri, la fotografia di Fabio Cianchetti.
Che cosa manca a questo Leopardi pensoso e non deforme che appunto sussurra invece di parlare? Non «lo studio matto e disperatissimo» evocato nel montaggio, neanche la forza lirica dei suoi versi, sia pure detti in modo mesto, o l’efficacia del suo messaggio politico considerato eversivo dall’invasore austriaco, dallo Stato pontificio e dai Borbone. Manca proprio un’idea di regia, la ricostruzione è onesta ma piatta, da vecchia fiction generalista, con le musiche che sottolineano i passaggi drammatici e una recitazione calcata e teatrale, dove tutti sono o troppo cattivi o troppo buoni. Il Leopardi di Elio Germano, quasi punk e rissoso, piacque al pubblico dei giovani perché ribaltava una certa idea scolastica del grande recanatese; Leonardo Maltese, reduce da film notevoli come “Il signore delle formiche” di Gianni Amelio e “Rapito” di Marco Bellocchio, invece fa del suo Leopardi malato e belloccio, certo ribelle al torvo padre Monaldo e innamorato della splendida Fanny, un “divo” sempre spaesato e sorpreso, il cui tanto citato pessimismo, inteso come approccio filosofico all’esistenza umana, alla fine risulta una formuletta caratteriale, il ritratto di uno sfigato di talento.
Certo non è facile restituire sullo schermo, piccolo o grande che sia, la complessità poetica e morale del ricchissimo corpus di opere firmate da Leopardi, ma la scansione degli eventi storici e personali, tra Recanati, Milano, Bologna, di nuovo Recanati, Firenze, Roma e infine Napoli, dovrebbe servire proprio a questo: a rendere la biografia romanzata uno spunto per illuminare quei testi così profondi e volentieri anticonformisti.
Magari la seconda parte riserverà qualche sorpresa, me lo auguro. Intanto, però, va registrato un successo pieno sul piano degli ascolti: 4.112.000 spettatori per “Leopardi. Il poeta dell’infinito”, pari al 24.1% di share, quasi il doppio di “Zorro” su Canale 5.

Michele Anselmi