L’angolo di Michele Anselmi

L’argomento è tosto, da piangere e indignarsi allo stesso tempo. Per questo vale la pena di vedere su Prime Video, da martedì 18 febbraio, “Kindeswohl, il bene del bambino”, il film scritto e diretto da Franco Angeli con Livia Bonifazi protagonista (sarà disponibile anche su CG Enternainment). Storia vera, verissima, che racconta il calvario di Marinella Colombo, purtroppo scomparsa pochi mesi fa, stroncata da un tumore a soli 61 anni.
Oggi è stato presentato al cinema Farnese, mentre fuori diluviava, alla presenza delle avvocate Laura Cossar, Irene Margherita Gonnelli e Susanna Eichner, le quali molto si sono dedicate negli anni, spesso sfidando denunce e intercettazioni, subendo anche pressioni perché lasciassero perdere tutto, alla causa della signora Colombo. Che cosa le accadde? Comincio dalla prima scena del film, poco meno di sessanta minuti: conciso e teatrale, con un’utile coda di taglio documentaristico.
«Non ci muoviamo da qui se prima non ci dice dove li ha nascosti» scandisce il risoluto procuratore al cancelliere prima di entrare in una tetra stanza del carcere di San Vittore: è l’8 febbraio del 2011. La donna bionda, neanche cinquantenne, sta per essere interrogata, diciamo pure torchiata, alla presenza della sua legale. Non vuole rivelare al magistrato dove ha nascosto i figli Leonardo e Nicolò. Sembra una madre pericolosa, instabile, invece ha molte ragioni per essersi comportata così. Infatti solo dopo una battaglia legale da far tremare le vene e i polsi, riuscirà a rivedere i suoi figli, ormai maggiorenni. Gli stessi che aveva nascosto e poi, con uno stratagemma, le erano stati “rubati” per riconsegnarli in Germani all’ex marito tedesco (Sebastian nel film, ma non è il vero nome).
Dovete sapere che in Germania esiste, potente e indiscusso, benché esecrato dalla Corte Europea di Giustizia, dal Parlamento Europeo e dalle Nazioni Unite, un ente che si chiama Jugendamt. Prevede che il genitore tedesco, nelle coppie binazionali, ottenga sempre l’affidamento dei figli. Per quello che viene ritenuto, ecco spiegata la parola “kindeswohl”, il bene superiore del bambino o della bambina.
L’italiana Colombo aveva sposato un tedesco, col quale aveva fatto due figli: nel 2006 si separa dall’uomo e subito lo Jugendamt s’insinua nella causa di divorzio. Quando, due anni dopo, la donna è costretta a tornare a Milano per non perdere il lavoro, pur vigendo un accordo tra lei e il marito, a sua insaputa Leonardo e Nicolò vengono prelevati dai carabinieri a scuola e riportati a Monaco. Subito dopo Marinella scopre che sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale, per sottrazione di minori, emesso già mesi prima, mentre i bambini, però, erano tranquillamente in vacanza con l’ex marito.
Il film, sostanzialmente un kammerspiel con quattro personaggi, pressoché in tempo reale, ricostruisce la situazione di stallo creatasi nel 2011: la donna è riuscita, su loro accorata richiesta, a recuperare i figli e a nasconderli (scopriremo poi dove) per sottrarli alla giustizia tedesca, il procuratore italiano si mostra comprensivo, promette un confronto con i due ragazzi per appurare la verità, ma le cose non andranno così.
Sembra incredibile, ma in Germania, nel cuore moderno dell’Europa, non esiste la potestà genitoriale ma la cura genitoriale: in sostanza il minore appartiene allo Stato, che è una sorta di terzo genitore. Sulla dolorosa vicenda quella madre, considerata una criminale in entrambi i Paesi, scrisse un libro intitolato “Non vi lascerò soli” (Rizzoli). E certo il film pesca in quelle pagine, drammatizzando il confronto tra procuratore e imputata, poi condannata ai domiciliari per 18 mesi, in modo da ricostruire tutte le fasi e i cavilli di una storia che riguarda migliaia di genitori “stranieri” nel mirino dello Jugendamt.
Livia Bonifazi restituisce la grinta lucida di Marinella Colombo, anche la sua ulcerata disperazione, ben servita dagli altri interpreti, che sono Giovanni Guardiano, Mario Patanè e Luana Cannistraci.
Prodotto da Francesco Siciliano con il sostegno di Nuovo Imaie, il film è severo e teso, con poca musica per archi e qualche fondo nero a spezzare l’azione; solo a tratti, nel lessico usato, tradisce la derivazione teatrale, e quasi si stenta a credere che quel procuratore, forse per non turbare i rapporti diplomatici con Berlino o per naturale indole, si sia comportato così.
Nell’epilogo passano frammenti video che riguardano i due poveri bambini contesi, altre madri di altri Paesi in una condizione simile e la combattiva l’avvocata Laura Cossar che prese a cuore la situazione della signora Colombo.
Proprio Cossar, incontrando oggi i giornalisti, ha rivelato di essere riuscita a parlare perfino con l’allora ministro degli Esteri, Franco Frattini, poi scomparso nel 2022, per sollecitare l’intervento del governo Berlusconi sulla delicata materia legata alla legislazione tedesca. La risposta fu scoraggiante, per la serie, più o meno: «Non possiamo far arrabbiare la Germania su questa faccenda» (c’era in ballo, sul piano industriale, la cruciale fusione tra Fiat e Opel).

Michele Anselmi