L’angolo di Michele Anselmi
Neanche gli Oscar riservano più sorprese gustose, anche per questo, francamente, non vale più la pena di fare nottata davanti alla tv. Da settimane era dato per vincente, nelle categorie che contano, “Anora” di Sean Baker, la surreale, spigliata e licenziosa commedia sexy incentrata sulla storia d’amore tra una spogliarellista di New York e il figlio di un oligarca russo, peraltro già vincitrice a Cannes 2024, e così è stato. Si potrà dire che con “Anora” trionfa di nuovo una certa idea di cinema indipendente, non direttamente prodotto dalle major (però in Italia distribuisce la Universal), ma Hollywood è notoriamente abile nel riassorbire fenomeni e autori nuovi, infatti il 54enne regista americano fa il pieno di statuette: miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura e miglior montaggio (solo nel 1954 Walt Disney aveva fatto qualcosa del genere, ma con film diversi). In sovrappiù, anche l’attrice protagonista di “Anora”, la disinvolta Mikey Madison, s’è portata a casa l’Oscar per la migliore interpretazione femminile.
Tutto davvero meritato? Poco conta fare le pulci ai quasi diecimila votanti dell’Academy: questo era l’anno di “Anora, considerata la novità indiscutibile per linguaggio, stile, malizia erotica, freschezza, e i voti sono tutti confluiti lì. Specie dopo che s’era capito che il gran favorito, ovvero “Emilia Pérez” di Jacques Audiard, all’inizio baciato da ben tredici candidature, avrebbe pagato dazio a causa della disastrosa gestione di alcuni tweet politicamente scorretti dell’attrice protagonista, la trans spagnola Karla Sofía Gascón: l’unica a salvarsi è stata la brava e bella Zoe Saldaña, migliore attrice non protagonista e pure interprete della canzone premiata “El Mal”.
Ma lo straordinario “Emilia Pérez” non è la sola “vittima” di questa 97esima edizione degli Oscar, filata tutto sommato tranquilla, senza scossoni mediatici e proclami politici anti-Trump, a parte un riferimento di Daryl Hannah e di Peter Straughan alla guerra in Ucraina (dopo l’orribile sceneggiata alla Casa Bianca).
Alcuni dei delusi? Probabilmente la smagrita Demi Moore, che s’aspettava finalmente un riconoscimento, dopo anni di distrazione da parte dei giurati, per la sua prova interessante in “The Substance”. Niente. Di sicuro Timothée Chalamet, protagonista magnifico di “A Complete Unknown”, il film su Bob Dylan al quale s’è dedicato con un impegno da far tremare le vene e i polsi, recitando e cantando. Ma del resto ha vinto, nella categoria miglior attore, Adrien Brody, l’architetto ebreo di “The Brutalist”, e mi pare difficile contestare la scelta. Ritirando il premio, Brody ha scandito: «Rappresento oggi il trauma della guerra, la sistematica oppressione e l’antisemitismo e razzismo. Prego per un mondo più sano e più inclusivo. L’odio non può continuare a esistere senza trovare opposizione». E va bene.
Incuriosisce invece la statuetta, come miglior attore non protagonista, andata a Kieran Culkin, fratello di Macaulay, per il toccante film “A Real Pain”, nelle sale italiane da giovedì scorso (magari aiuterà).
A occhio anche gli autori di “Conclave” pensavano di tornarsene a casa con qualcosa di meglio del premio alla migliore sceneggiatura non originale andato al già citato Straughan, mentre possono giustamente far festa i brasiliani di “Io sono ancora qui” di Walter Salles con Fernanda Torres, ancor nelle sale italiane, al quale è andato meritatamente l’Oscar per il miglior film internazionale, insomma non girato in inglese (non era proprio il giro di “Emilia Pérez”).
Piaceranno anche le scelte non convenzionali che hanno riguardato il miglior film di animazione e il miglior documentario: vincono rispettivamente il lettone “Flow. Un mondo da salvare” di Gints Zilbalodis, che batte il colosso Disney “Inside Out 2” con il budget più basso della storia degli Oscar, e “No Other Land”, il reportage sulla piccola comunità rurale di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, firmato dai registi israeliani Basel Adra e Yuval Abraham e dai colleghi palestinesi Racher Szor e Hamdan Ballal.
Ho trovato apprezzabile la perorazione del plurivincente Baker: «Le sale indipendenti fanno fatica a resistere, durante la pandemia ne abbiamo perse migliaia. Ai registi dico di fare film da proiettare al cinema, ai distributori di lavorare sulle uscite nei cinema, ai genitori di portare i figli in sala, loro saranno la prossima generazione di cinefili».
Tra i momenti più toccanti della serata, leggo su una corrispondenza di Stefania Ulivi per il Corriere.it, l’omaggio di Morgan Freeman allo scomparso Gene Hackman: «Abbiamo perso un gigante e io un grande amico». Mentre appare davvero imperdonabile aver dimenticato Alain Delon nel segmento, “ad memoriam”, dedicato agli altri scomparsi nell’anno.
Non saprei che cos’altro aggiungere, o forse sì: sono certo che “Anora” tornerà nelle nostre sale dopo la clamorosa vittoria agli Oscar e magari stavolta piacerà davvero al pubblico italiano. Sapete: dopo diciassette settimane stava ancora sotto i 900 mila euro di incasso totale…
Michele Anselmi