L’angolo di Michele Anselmi

«Se c’è la possibilità di trattare, trattiamo»: era il mantra di Nicola Calipari, l’alto ufficiale del Sismi che morì sulla Route Irish tra Baghdad e l’aeroporto la sera del 4 marzo del 2005, ucciso a 51 anni da una mitragliata americana dopo essere riuscito a liberare la giornalista del “manifesto” Giuliana Sgrena. Adesso un film di Alessandro Tonda lo ricorda. Martedì prossimo, nel ventesimo del crudele evento, “Il Nibbio” sarà presentato all’Auditorium di Roma e due giorni dopo, giovedì 6, uscirà nelle sale, targato Notorious e Rai Cinema. Stamattina l’anteprima per la stampa, pilotata da Enrico Magrelli.
A lungo il regista Enzo Monteleone provò a realizzare un film sulla vicenda, che doveva intitolarsi “Fuoco amico” come il libro autobiografico della giornalista, ma poi tutto saltò, non s’è mai capito bene perché; in compenso, con nomi diversi, Calipari finì in due fiction della Rai, “Caccia segreta” (2007) e “Il cacciatore” (2018).
Dispiace un po’ che il centrodestra di governo abbia sposato il progetto con qualche accento polemico di troppo: prima l’ex ministro Gennaro Sangiuliano gridò a sottovalutazioni e boicottaggi a causa della legittima decisione di una di una commissione ministeriale; poi il quotidiano “Libero” plaudì a «un cinema impegnato che finalmente ricorda un uomo valoroso, il cui cuore non batteva a destra, troppo poco celebrato e mai ricordato dalla sinistra» (?).
Ricordo, per chi non sapesse, che durante il suo ruolo delicato di responsabile del Sismi nei territori iracheni, Calipari riuscì a recuperare le operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta, oltre ai tre addetti alla sicurezza Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio; mentre fallì tragicamente il tentativo di salvare Fabrizio Quattrocchi (un altro film da fare secondo l’attuale ministro Alessandro Giuli) ed Enzo Baldoni.
Scritto da Sandro Petraglia, “Il Nibbio” comincia quasi dalla fine: il 4 marzo del 2005, ventotto giorni dopo il rapimento di Sgrena da parte di un gruppo di combattenti del Jihad islamico, Calipari e il suo collaboratore/autista aspettano il via libera in una strada di Baghdad. Il negoziato sembra essere andato in porto grazie a un mediatore sunnita il quale riceverà 12 milioni di dollari e un passaporto per volare in Italia. Ma qualcosa sembra complicarsi nell’attesa. Il lungo flashback ci riporta al 4 febbraio, quando la giornalista venne sequestrata dopo il reportage in un campo profughi, per poi risalire verso la tragica fine notturna che tutti conosciamo.
Come forse saprete, è Claudio Santamaria a incarnare, con tanto di vistosa stempiatura, baffi e sigaretta sempre tra le dita, il dirigente del Sismi chiamato ad attivarsi mentre stava andando in vacanza con moglie e due figli. Chiamato “il Nibbio” dai colleghi dei servizi segreti, Calipari è un avveduto e paziente rapace, un “servitore dello Stato” di quelli che non combinano casini. Il capo Nicola Pollari è con lui, ma tra gli alti funzionari del Sismi c’è chi, come un certo Giulio Carbonaro, unico nome inventato, non si fida del suo approccio e anzi spinge per un blitz armato (poi tentato dagli americani con pessimi risultati).
Il film ricostruisce quei ventotto giorni cruciali alternando le situazioni: i quadri di vita familiare, le riunioni a Forte Braschi, le missioni a Baghdad e Dubai, la prigionia di Sgrena, la strana amicizia che si crea tra Calipari, il direttore del “manifesto” Gabriele Polo e il marito della rapita Pier Scolari, le battute di Berlusconi ripreso di spalle, soprattutto e stretta finale, con insidie varie, prima del disastro compiuto (imperizia o paura?) del mitragliere statunitense Mario Lozano.
Non mi pare che esca di Calipari un ritratto agiografico, tutto “eroico”, ma certo fa simpatia questo ex poliziotto calabrese, sensibile ai diritti dei gay e degli immigrati, “costretto” dalla moglie amatissima a vedere i film iraniani di Kiarostami mentre lui preferirebbe quelli d’azione, capace di parlare ai figli e determinato nell’inseguire la via di una soluzione pacifica a quel sequestro. Purtroppo fu lui a rimetterci la pelle.
Sonia Bergamasco e Anna Ferzetti ricoprono i ruoli di Sgrena e della moglie Rosa, intonandosi al clima generale della cine-ricostruzione, in buona misura basata sui libri di Polo e Sgrena, non essendo disponibile, ha spiegato Petraglia, «una congrua documentazione su Calipari».
Il regista Alessandro Tonda, classe 1982, sa mantenere la tensione, badando al sodo della questione, senza troppi svolazzi sentimentali, anche con qualche utile annotazione di tipo geopolitico (il ruolo dei sunniti, umiliati dagli americani, in quella complessa partita).
Eviterei francamente di stabilire paragoni con la liberazione di Cecilia Sala, anche perché una cosa è l’Iran che incarcera una giornalista per ottenere una contropartita diplomatica, un’altra una banda di feroci jihadisti decisi a far fruttare al massimo il sequestro di quell’inviata credutasi «amica» dei rivoltosi prima di dover fare, amaramente, i conti con la realtà.

Michele Anselmi