L’angolo di Michele Anselmi
Mi auguro sinceramente che non sia vero. Anche se gira voce che due festival, Taormina 2024 e Berlino 2025, abbiano respinto “Per amore di una donna”: non tanto nel merito artistico, ogni parere è lecito s’intende, quanto in buona misura a causa dell’ambientazione israeliana, in qualche maniera temendo contestazioni pubbliche. Di fatto questo film di Guido Chiesa girato nel 2023, “Per amore di una donna”, lo si può vedere solo qui al Bif&st di Bari, nella sezione competitiva dedicata al cinema italiano, in attesa che esca tra qualche mese distribuito da Fandango. Intanto Chiesa ha già pronto un altro film, sempre prodotto da Colorado, “30 notti con il mio ex”, e quello di sicuro non faticherà a uscire il 17 aprile, essendo una commedia sentimentale con Micaela Ramazzotti ed Edoardo Leo.
“Per amore di una donna” riporta il 66enne regista piemontese a certe atmosfere d’autore negli ultimi anni purtroppo abbandonate. Alla base c’è il breve romanzo omonimo (Sperling & Kupfer) dello scomparso scrittore israeliano Meir Shalev, anche se il copione firmato da Chiesa con Nicoletta Micheli introduce una cornice ambientata nel 1978, una sorta di indagine che riguarda i fatti avvenuti tra il 1932 e il 1945 in una piccola comunità agricola israeliana ancora sotto il Protettorato britannico.
Si parte da Rhode Island, Usa. La quarantacinquenne Esther Horwitz, una bella donna dalla vita sentimentale a pezzi, riceve una lettera scritta dalla madre Leah dieci anni prima, quando era ancora capace di intendere e di volere. Dentro la busta un ciondolo antico e un pezzo di fotografia che la ritrae bambina, dalle parti di Haifa, prima di emigrare negli Stati Uniti, più la raccomandazione accorata di volare in Israele per cercare notizie su una donna, una certa Yehudit, che ebbe un figlio nel 1935.
Avrete capito che il film, dalla narrazione distesa e con sfumature cromatiche diverse, alterna le due epoche: da un lato la descrizione della dura vita, quasi epica, in quella specie di kibbutz popolato di coloni ebrei venuti da ogni parte d’Europa; dall’altro, la riluttate indagine che Esther conduce con l’aiuto di un quasi coetaneo professore universitario malato di leucemia, il cui nome bizzarro è Zayde (in ebraico significa nonno). Inutile dire che le due storie, un po’ alla volta, faranno affiorare inattese affinità destinate a sciogliersi nell’epilogo davvero toccate, almeno per il sottoscritto.
Chiesa ha girato in Sicilia le parti anni Trenta e in Israele le parti fine anni Settanta, usando colori e registri diversi; e tuttavia presto scopriremo perché la misteriosa Yehudit Solomon, donna fiera, indipendente, sorda da un orecchio e di una seduttiva bellezza distratta, abbia rappresentato per tanti uomini in quel villaggio una specie di ossessione lungo un decennio, la protagonista di una saga amorosa.
Spiega Chiesa nelle interviste: «Non è un film politico, eppure il senso profondo che lo attraversa può assumere un valore altamente politico: anche durante i momenti bui della storia, donne e uomini si innamorano, formano famiglie, comunità, nascono bambini». Proprio così.
Dispiace che, immagino per ragioni produttive legate al tax-credit, tutti i flash-back anni Trenta siano recitati in inglese, il che rende spesso artificiosa la ricostruzione, mentre correttamente la parte, diciamo contemporanea, alterna inglese ed ebraico. Può darsi, a questo punto, che il doppiaggio renda tutto più armonioso, ancorché convenzionale. E tuttavia meglio avrebbe fatto Chiesa a imporsi con i suoi produttori.
L’israeliana Mili Avital e la rumena Ana Ularu bene restituiscono le condizioni femminili, così diverse, di Esther e Yehudit; sul versante maschile, Ori Pfeffer fa di Zayde un personaggio sfaccettato, anche irrisolto nel suo essere figlio di tre padri (bisogna vedere il film per capire) e il nostro Vincenzo Nemolato introduce un elemento di buffa creatività italiana nell’incarnare il soldato Salvatore scampato al massacro di El Alamein.
Michele Anselmi