L’angolo di Michele Anselmi
A suo modo “Testa o croce?” è uno spaghetti-western, sia pure riveduto e corretto alla maniera di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, i due registi che si fecero conoscere nel 2021 con “Re Granchio”. Tale è, si direbbe, a partire dal titolo, che ricorda quel “Testa o croce”, senza punto di domanda, firmato da Piero Pierotti nel lontano 1969.
Accolto oggi nella sezione Un Certain Regard, al festival di Cannes, il film uscirà nelle sale italiane con 01 Distribution, non è stata ancora fissata la data. Certo incuriosisce l’idea di realizzare un western tutto italiano, anche nel senso dell’ambientazione, prendendo spunto dalla leggendaria sfida tra butteri e cowboy che avvenne in due tappe, nelle campagne alle porte di Roma, il 4 e 8 marzo 1890.
Esiste tutta una letteratura in materia, ma sicuramente per William F. Cody, allora appena 44enne, fu un discreto smacco: star assoluta del suo “Buffalo Bill’s Wild West Show”, lo spettacolo circense portato in giro nel mondo insieme all’afflitto Toro Seduto, il mitico cacciatore di bisonti e di indiani dovette riconoscere che quei vaccari italiani, non solo maremmani, sapevano il fatto loro.
“Testa o croce?” gioca con la materia per inventarsi una storia che sembra una scorribanda cinefila nel genere western, tra omaggi, strizzatine d’occhio e “furti”, benché i due autori – l’uno nato a Jackson in Mississippi, il secondo a Roma – custodiscano ambizioni più alte, si direbbe: compiere un’operazione di mitopoiesi per trapuntare la storia avventurosa di riferimento sociali e politici.
“Testa o croce?” parte benissimo. Per orgoglio, il “cavallaro” Santino non ci sta a perdere con quei cowboy americani piuttosto arroganti, così vince la gara facendo incavolare il capitano Rupé che aveva scommesso contro di lui. Non bastasse, Santino si ritrova nella stalla mentre la bella Rosa ammazza con un colpo di pistola il medesimo Rupé, suo marito violento; a quel punto ai due, che forse si piacciono, non resta che darsi alla macchia, inseguiti da sicari, soldati e dallo stesso Buffalo Bill. La taglia? Cento scudi d’oro messi a disposizione dal vecchio Rupé, il latifondista senza scrupoli che vuole ad ogni costo la testa di Santino.
Tutto abbastanza classico: amore, fuga, orgoglio, inseguimenti, notti sotto le stelle, fango, sudore e polvere da sparo. Divertente? Fino a un certo punto. Perché poi il film un po’ sdrirazza, diventa allucinato e onirico, pure parecchio confuso nell’intrecciare cliché western e rivolte anarcoidi, dettagli macabri ed empiti romantici.
«Se dovete sparare, non sbagliate il bersaglio» sentenzia Buffalo Bill, esibendo la sua vecchia Colt Navy tutta istoriata; mentre il bieco capitalista sogghigna: «Non ci hanno fermato gli scioperi, nessuno fermerà la costruzione della ferrovia». Insomma, avete capito.
Naturalmente, in questa chiave cinefila, i riferimenti si sprecano. I primi che mi vengono in testa? “Voglio la testa di Garcia” di Sam Peckinpah, “Per qualche dollaro in più” e “Giù la testa” di Sergio Leone, “Tepepa” di Giulio Petroni, “Quien Sabe?” di Damano Damiani, “Vamos a matar compañeros” di Sergio Corbucci, l’episodio “Che cosa sono le nuvole?” di Pier Paolo Pasolini, forse “Buffalo Bill e gli indiani” di Robert Altman, certe atmosfere sospese care al Monte Hellman di “Le colline blu” e chissà quanti altri.
Diviso in quattro capitoli, il film è inconsueto nell’attuale panorama italiano, l’ultimo che provò a fare qualcosa del genere fu Giovanni Veronesi con “Il mio West”; e certo i due registi debbono essersi parecchio divertiti nel mischiare le carte, tra suggestioni antagoniste, riflessioni sul mito e mosche attaccate alle facce.
Conciato un po’ come il Volonté dei suoi western, col viso bruciato dal sole, Alessandro Borghi fa l’incauto e romanissimo Santino, che si ritrova capo rivoluzionario senza nulla sapere della rivoluzione, però lì per lì gli piace l’idea; la francese Nadia Tereszkiewciz, rivelata da “Mon crime” di Ozon, è la disinvolta, sensuale e cinica Rosa; il redivivo Gianni Garko incarna l’avido e cattivissimo Rupé; il migliore in campo mi pare l’americano John C. Reilly che fa un Buffalo Bill un po’ alla fratelli Coen: sornione, narcisista ed elegantone, pure bravo nell’intonare una struggente cowboy song, “Birdie”, scritta apposta per il film da Vittorio Giampietro (ma “little dogies”, mi riferisco ai sottotitoli, non significa cagnolini bensì vitellini).
Michele Anselmi