Trasposizioni, riletture e reinvenzioni del Dracula stokeriano. In “2025: Dracula colpisce ancora”, pubblicato da UrsaMaior (Pistoia, 2025) in una veste grafica insolita e pregevole, Franco Pezzini raccoglie una serie di saggi che sono altrettanti imprevedibili ritratti di un personaggio più vivo che mai tra “letteratura, cinema, arti figurative, cultura popolare, antropologia religiosa e molto altro”, come puntualizza l’autore che abbiamo avuto il piacere di intervistare.

Parliamo della genesi e del disegno che traspare in filigrana di questo libro serissimo e appassionato…
Franco Pezzini: Anzitutto grazie dell’attenzione. Mi è piaciuta molto l’idea di questo lavoro con una piccola casa editrice di qualità, votata in genere all’arte: proprio la suggestione di rifrazione e pittura tra gli amici Stoker e Wilde, che vede il vampiro fin dai primissimi appunti per il “Dracula” flirtare con le fantasie alla Dorian Gray, mi sembrava uno spunto interessante per parlare dei relativi “ritratti” per i tipi UrsaMaior. Avevo già collaborato con loro con un’introduzione all’originalissimo volume di Ginevra Ballati e Iacopo Cassigoli, “Per i nostri voli interplanetari. Disastri atomici, UFO e inquietudini spaziali tra arte, letteratura del secondo Dopoguerra e immaginario pop” (UrsaMaior, 2024), di cui consiglio senz’altro la lettura. In particolare mi è stata interlocutrice una dei due editori, appunto l’amica Ginevra (cfr. il suo sito pieno di meraviglie), persona deliziosa, artista raffinata e professionalmente attentissima, e abbiamo naturalmente mantenuto la veste grafica della collana.

L’idea era, a fronte di una serie di uscite recenti a tema draculesco, di offrire una sorta di aggiornamento – lieve nei toni ma serio nei contenuti – alle mie precedenti pubblicazioni: il tutto recuperando articoli di varia ampiezza presentati in sedi diverse in questi ultimi anni, cuciti un po’ come nel mio vecchio “Victoriana”. Il tema Dracula è un grande caleidoscopio che permette di riflettere ad ampio raggio su provocazioni, dibattiti, nervi scoperti delle singole società in cui viene trasposto: emblematico il vecchio film Hammer di cui riecheggio il titolo italiano, “1972: Dracula colpisce ancora!” (l’originale era “Dracula A.D. 1972”, ovviamente del 1972), dove il Conte fronteggiava dei giovani hippies, testimoni peculiari di un mondo reduce dal momento incantato della Swinging London. I ritratti di Dracula sono state via via maschere delle crisi e dei conflitti culturali del Novecento e ora del nuovo millennio, dunque in sé la provocazione merita d’essere raccolta.

Ma c’era un secondo motivo, molto più privato. Il volume era anche un modo di festeggiare idealmente il mio – nel 2026 – mezzo secolo di studi sul tema. Sono più vecchio di Cushing che in quel film interpreta Van Helsing (sia l’antenato che il discendente) e bracco il Conte dagli anni lontani del revival magico, quando McNally – che ho poi conosciuto – e Florescu presentavano Vlad III al pubblico pop. Un modo insomma (concedimi l’espressione) di mettere qualche paletto…

Tra i consigli per gli aspiranti vampirologi, mettendoli in guardia da una serie di pubblicazioni nostrane che nulla aggiungano allo studio del tema, segnali l’importanza del lavoro di Marinella Lőrinczi, studiosa di linguistica romanza, lingua e letteratura romena, fino ad un suo insolito romanzo…  Possiamo parlarne?
F.P.: Avevo conosciuto Marinella per i suoi primi volumi su Dracula (splendidi: “Nel dedalo del drago. Introduzione a Dracula”, Bulzoni, 1992 e “Paesaggio marino con dame vittoriane”, CUEC, 1995), intervistandola al vecchio corso “Tutto Dracula” all’inizio dell’avventura della Libera Università dell’Immaginario. A distanza di anni ci siamo ritrovati, è nata una buona amicizia cementata dalla stima. I suoi studi sull’argomento sono tra i migliori apparsi in Italia, e la sua competenza nelle lingue dell’est (è transilvana, con madre fiumana e padre ungherese, si è laureata a Bucarest) le permette esplorazioni interdette di solito agli studiosi nostrani. Scrive su riviste online, e con alcune delle sue originalissime narrazioni ha costruito un testo molto particolare, questo “LI commentarii, ovvero dei V sensi” (Grafica del Parteolla, 2022), che ho letto con interesse. Uno degli aspetti molto belli degli studi sui vampiri – di quelli seri, almeno – è che chi li porta avanti ha in genere competenze trasversali e l’umiltà di continuare a studiare. Poi è fatale che in un campo come il fantastico fioriscano anche testi sempliciotti, di “esperti” improvvisati, rampanti quanto spesso sussiegosi: di qui l’importanza di riconoscere le competenze.

In effetti, proprio a proposito del vecchio corso “Tutto Dracula” era stato allora molto bello chiedere contributi – in forme d’interviste – a una quantità di interlocutori eccellenti. Ero reduce dall’esperienza meravigliosa degli anni della Gargoyle di Paolo De Crescenzo, che metteva in contatto persone e favoriva dialoghi bellissimi. Un po’ con questo spirito ho dunque chiesto a Danilo Arona, amico e maestro frequentato parecchio in quegli anni, un’introduzione a questo lavoro: e gli sono gratissimo del contributo ironico e affettuoso, ammiccante a quel leggendario “Io credo nei vampiri” di De’ Rossignoli, 1961, proprio da lui riproposto a Gorgoyle nel 2009.

Oltre a questa segnalazione, nelle parti “in rosa sangue romantico” del libro elenchi una serie di consigli validi…
F.P.: Mi piace molto l’espressione “rosa sangue romantico”, mi fa venire in mente “Il sangue e la rosa” di Vadim. Con Ginevra abbiamo testato più colori, e quel rugginoso ci pareva il migliore. L’idea era di diversificare in modo netto i testi ampi legati al tema principale da box con contenuti più o meno circoscritti (come nei volumi “TuttoDracula” o molti anni prima nel vecchio magazine “L’Opera al Rosso” della mia giovinezza), che aprono ramificazioni e percorsi laterali.

Dal catalogo di una mostra della Triennale a “Tutto quel buio” di Cristiana Astori, autrice notevolissima del giallo-horror italiano, da Anna Berra che analizza il Dracula coppoliano a “La stirpe e il sangue” di Lorenza Ghinelli fino al “Nosferatu” di Eggers e oltre, questo libro è una wunderkammer in cui il tuo occhio restituisce al lettore sempre qualcosa di più rispetto ai testi analizzati, confermando l’attualità della figura del personaggio stokeriano come metafora della modernità…
F.P.: Il vampiro in quanto tale è una grande maschera della modernità. Mario Barzaghi aveva felicemente intitolato un suo volume del 1996 per Monteleone “Il vampiro o il sentimento della modernità”. Il vampiro è una figura di Peter Pan delle tenebre, eterno adolescente al crocevia di tutte le possibilità, vivo e morto ma mai fino in fondo, deciso a non determinarsi e restare una creatura-ossimoro, come felicemente definito da Gianfranco Manfredi: insomma un arconte dell’indecidibile che dice moltissimo del nostro tempo di eterne indefinizioni, di fedi oscurate, di sopravvivenze parassitarie e seduzioni narcisistiche (pensiamo al tema della rifrazione), predatore e in fondo poco romantico come le seduzioni della finanza o del potere… Poi chiaro, questo è il vampiro della letteratura, ben diverso dall’impresentabile babau del folklore: e tuttavia riflette a sua volta precisi miti d’epoca.

Dracula, poi, nasce per incarnare le inquietudini dell’età vittoriana sul parapetto di un tempo nuovo pieno di insidie: nessuno stupore che calamiti anche le nostre.

D’altra parte mi è piaciuto dare spazio a una certa polifonia, tanto più che con un certo numero di questi autori (citavi Astori, Berra, Ghinelli…) abbiamo dialoghi aperti, spesso culminati in profonde amicizie, e trovo affascinante il loro lavoro. Torniamo così a quanto dicevo sulla collaborazione e il dialogo tra autori: Cristiana Astori è stata una fedelissima partecipante al vecchio corso “Tutto Dracula”, tanto che posso considerarla una sorta di cofondatrice-ombra della Libera Università dell’Immaginario; con Anna Berra avevamo iniziato a costruire il progetto di un ipotetico magazine televisivo sul fantastico; a Lorenza Ghinelli ho avuto addirittura l’onore e la gioia di fungere da consulente in cose valacche quattrocentesche per “La stirpe e il sangue”… Ma in generale e nella loro varietà, questi che citi sono tutti percorsi fertilissimi: il tema Dracula regala la possibilità di una wunderkammer di letteratura, cinema, arti figurative, cultura popolare, antropologia religiosa e molto altro. Oggi parlare di Dracula significa aprire a fronti diversi, che ci interpellano. Citavo poi le ramificazioni nel contenuto dei box: di lì si passa ad argomenti ulteriori, ai problemi dell’Europa lunare del secondo dopoguerra, alle sopravvivenze nascoste (vampiresche) dei fascismi, alle istanze della narrazione in quanto tale…

Viene da sé che “2025: Dracula colpisce ancora” sia un libro in divenire e ci piacerebbe già leggere il capitolo dedicato a “Dracula: a Love Tale” di Besson… Qual è il tuo punto di vista su quest’ultima trasposizione?
F.P.: Sto preparando un articolo proprio su questo tema, condivido parecchio delle osservazioni del grande studioso di teratologia sociale Fabio Giovannini. Ho visto il film e in realtà mi sono divertito: ottime interpretazioni, grandi scene, alcune scelte di sceneggiatura intriganti. Il personaggio non teme libertà di trattamento, dopo tutto quello che ha visto nel tempo… Però quello di Besson – diciamolo – a dispetto del fasto non è affatto un capolavoro e non mi ha convinto: e tanto meno mi hanno convinto i discorsi del regista (presentati pubblicamente, per esempio, a margine di una proiezione a Napoli ma anche al Lucca Comics). Non puoi fare un film del genere proclamando con disprezzo – non gradevole per i cultori del gotico – che il personaggio originale non ti piace e non ti sono mai interessate le storie di vampiri, sostenendo di non aver preso niente da Coppola ma poi menzionando Stoker nei manifesti: quanto all’ossessione di un amore che dura nel tempo, mille altre potevano essere le chiavi da scegliere. Il sospetto è che il romanzo non l’abbia letto affatto o forse solo distrattamente, considerato che tutto si basa su due temi (la storia d’amore e la reincarnazione) entrambi assenti: forse crede di trarre da Stoker quel che in realtà ha pescato da Coppola. Come scrive Giovannini nel commento sotto un proprio post “Lo trovo adatto ai nostri tempi, nel bene e nel male che caratterizzano appunto i nostri tempi”: condivido. Resto convinto che il “Nosferatu” di Eggers sia il vero spartiacque verso una nuova fase (pur con alcuni limiti), il “Dracula” di Besson un mero indicatore d’epoca – ancorché divertente e fastoso – per un pubblico di minori pretese. Del resto Besson è un regista che scatena amori o allergie altrettanto decise: ma quel che si è pronti a perdonare al regista di pellicole minori resta poco digeribile quando brandito con una certa supponenza da un grosso nome iperfinanziato che troveremo come prezzemolo nei festival.

Il fatto è che – ne trattavo ad Halloween nella serata organizzata a Torino dall’Associazione Culturale Imaginalis, “Morsi d’amore. Il vampiro, l’erotismo, la morte” – nel gotico di Stoker è estremamente problematico parlare di amore a proposito di un vampiro. Si tratta di una costellazione alimentare/parafiliaca, niente in comune con l’amore romantico dei vivi. La forzatura romantica recata da Coppola – sulla base, va detto, di fantasie già circolanti tra narrazioni e cinema pop – costituisce uno dei punti più deboli del suo (quello sì) capolavoro. Ma lì “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti” riesce a essere emozionante. In Besson la storia d’amore è garbata, sessualmente ginnica, ma niente affatto memorabile. Adatta forse ai nostri tempi di relazioni superficiali, nevrotiche o appunto ossessive: e questa può essere una chiave d’interesse. Torniamo a quanto detto sulle maschere di Dracula nel contesto dei loro tempi…

Alcuni dei contributi presenti nel libro sono apparsi negli anni su “Carmilla online”. Possiamo parlare anche di questo spazio libero e appassionante su cui è possibile trovare i tuoi contributi?
F.P.: Sì, hai ragione, questo vale per parecchi dei contributi. “Carmilla online” reca non a caso il sottotitolo “Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione”: un prezioso laboratorio di riflessione, nell’ambito di un’operazione collettiva, militante, di lavoro sull’immaginario che è anche resistenza umana. Alla scuola di Valerio Evangelisti che continua a ispirare il nostro lavoro, e ha scritto sulla narrativa di genere pagine di meravigliosa lucidità.

L’immaginario possiamo subirlo o agirlo, e in realtà il movimento è continuo e parallelo: dunque analizzarlo, studiarlo, coglierne i non-detti e gli impliciti è fondamentale per capire la realtà che ci viene proiettata addosso. Non solo attraverso le parole esplicite della politica, ma sull’onda di messaggi molto più sussurrati e ambigui tra mezzi di comunicazione, affermazioni di “buon senso” – che spesso fa rima con consenso – e manipolazioni sociali. Lo stesso richiamo nel titolo a una vampira protagonista di un apologo privo di “buoni”, una riflessione fascinosa e straziante sui vampirismi insiti nei rapporti sociali, generazionali, familiari e sull’impossibilità di semplificare il quadro – oltretutto evocato da un autore, Le Fanu, che probabilmente non aveva piena coscienza di quanto fosse esplosivo quanto lui andava narrando – sembra in questo senso particolarmente significativo.

All’interno, ciascuno dei redattori – con matrici ed esperienze relativamente variegati, sia pure nella condivisione di una serie di aspetti di fondo – ha un po’ le proprie specificità di competenze, che però non sono paratie stagne. Ciascuno scrive quando può, ma con la morte di Valerio siamo tutti impegnati a produrre di più per tenere il ritmo quotidiano da lui garantito: in questo momento cerco di essere presente con un pezzo a settimana (di solito recensioni), ma non sempre è materialmente possibile.

Avevo iniziato con la serie “Victoriana” (opere, spunti e provocazioni sull’immaginario vittoriano e postvittoriano, una fase determinante per la nascita del mondo che conosciamo), seguita poi dall’altra “Nightmare Abbey” (simile, ma riguardante l’epoca da metà Sette a metà Ottocento in cui incubano una serie di temi immaginali a tutt’oggi caldissimi) e da un certo numero di serie minori, costellazioni di pezzi o singoli interventi o recensioni.

Tante suggestioni narrative rappresentano macchine per pensare, opportunità di riflettere sulle parole, di provare a smontare convinzioni e idee a noi calate surrettiziamente sulla testa – spesso con paurosi impliciti sottotraccia – per arrivare a essere più liberi. O almeno provarci.