L’angolo di Michele Anselmi 

La domanda che mi viene posta è sempre la stessa: «Dove posso trovarlo?». Già, per il cinema d’autore, specie quello poco garantito, senza una grossa società distributiva alle spalle, il problema è questo. Escono film di notevole qualità ma poco reperibili perfino nelle grandi città, figuriamoci nella sterminata provincia italiana. Mi auguro che Academy Two riesca a presentare “La villa portoghese” almeno in ogni regione, pur sapendo che non sarà facile coi tempi che corrono.
Eppure questo film della 54enne regista spagnola Avelina Prat, già architetta di mestiere, meriterebbe di essere visto e discusso, perché si colloca con spirito originale al confine tra dilemma esistenziale e condizione umana, parlando di un tema non di poco conto. «Il luogo come ciò che dà forma a una vita. Il luogo come casa. Il luogo in cui ci si sente a casa, dove si può essere sé stessi. Un luogo dal quale si può smettere di scappare. Un luogo che non ha nulla a che fare con le radici, ma piuttosto con la scoperta» come scrive la cineasta iberica.
Ci sono molte suggestioni dentro “La villa portoghese”, penso al cinema di Wim Wenders e forse del nostro Fabio Carpi, ai romanzi di Robert Walser, al teatro di Luigi Pirandello; ma niente è esibito con spirito erudito o citazionista, certo la narrazione è di tono letterario, leggermente metaforica e concettuale, di natura poetica, ma non disturba l’andamento lento che invece, nel sottofinale, pone lo spettatore di fronte a un’intrigante sorpresa.
«Non cerco chi non vuole essere trovato» teorizza il prof universitario Fernando Quirós, in quel di Barcellona. Tornando a casa, scopre che la moglie Milena è partita senza lasciare neanche un biglietto, per tornarsene nella natia Serbia. L’uomo non si spiega il perché di quel gesto, ma l’accetta. In Portogallo per una specie di vacanza, che forse è anche una fuga dalla sua vita accademica, Fernando incontra un certo Manuel che vivacchia facendo lavoretti estivi e invernali; solo che l’uomo gli muore sotto gli occhi e lui, senza pensarci, ne assume l’identità e si ritrova a fare il giardiniere in una sontuosa villa nel nord del Paese, abitata da una misteriosa signora che ha girato il mondo, una certa Amália, e dalla cordiale governante incinta Rita.
Non male come incipit, converrete. Il problema è: che cosa sta cercando il laconico e gentile Fernando/Manuel? Quanto tempo impiegherà Amália, la quale custodisce a sua volta un segreto legato alle sue origini africane e ai traumi del post-colonialismo, a capire che il giardiniere spagnolo nasconde qualcosa, anzi molto?
«Ci sono luoghi che attraversiamo soltanto, luoghi che dimentichiamo rapidamente, luoghi in cui restiamo per anni e poi lasciamo» spiega ancora la regista. Ed è proprio così. In bilico tra radici avvizzite e germoglianti esperienze, Fernando si trova bene in quella villa onusta di gloria, vorrebbe addirittura ripiantare i mandorli che la resero invidiata negli anni d’oro, ma qualcosa di strano sta succedendo a Barcellona, nella sua vecchia casa ormai da vendere: urge fare un salto in Spagna per capire…
Se la svolta drammaturgica nell’epilogo ridà fiato a un film che sembra un po’ cedere nella parte centrale, è anche vero che il pregio maggiore di “La villa portoghese” è racchiuso nel clima, quieto e turbato insieme, che circonda l’esistenza dei due personaggi centrali nel corso del tempo (nel frattempo è nato anche il bambino della governante, Rodrigo). Solo che nessuno invecchia in questo film dal tono romanzesco e umanista, tutto è come “cristallizzato” in un presente indefinito che strizza l’occhio ai primi anni Duemila: oggetti, telefonini, automobili…
Confesso di essere stato preso all’amo da Avelina Prat, la quale sa estrarre il meglio dai suoi interpreti, osservandoli nei loro gesti quotidiani, con sguardo sottilmente indagatorio, per coglierne soprassalti e omissioni, dentro una calma meditazione sui temi dello spaesmento “geografico”, dell’identità perduta e ritrovata altrove: sono Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katić e Rita Cabaço.
Il doppiaggio italiano è accurato, ma si perde un po’, purtroppo, la ricchezza espressiva qui legata all’uso dello spagnolo e del portoghese, due lingue così vicine e lontane allo stesso tempo.

Michele Anselmi
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Alcune delle sale italiane nelle quali vederlo, spero ne arrivino altre:
BERGAMO: SCHERMO BIANCO
BOLOGNA: ODEON
BOLOGNA: ORIONE
CAGLIARI: ODISSEA
FIRENZE: SPAZIO ALFIERI
GENOVA: SIVORI
MANTOVA: DEL CARBONE
MILANO: ANTEO
MILANO: PALESTRINA
MONZA: CAPITOL
NAPOLI: FILANGERI
PERUGIA: MÉLIÈS
PESCARA: MASSIMO
PISA: ARSENALE
PRATO: OMNIA CENTER
ROMA: ALHAMBRA
ROMA: MIGNON
SANREMO: ARISTON
TERNI: POLITEAMA
TORINO: CENTRALE