L’angolo di Michele Anselmi 

“Sorry, Baby”, esordio alla regia dell’attrice franco-americana Eva Victor, classe 1994, sembra un film diviso in due, benché nulla cambi nell’andamento quieto e divagante, che procede per capitoletti riferiti allo scorrere del tempo, del tipo “L’anno del panino giusto”. La prima metà mi pare irrisolta, un po’ alla maniera di certo cinema indipendente americano in stile Greta Gerwig & Noah Baumbach; la seconda, di colpo, acquista spessore e sostanza, come se i personaggi finalmente diventassero persone.
Siamo nei paraggi di un college universitario, nel New England, dove Agnes è cresciuta ed è voluta restare, un po’ murata viva nella sua bella casa isolata. Spilungona, a tratti buffa, di una bellezza distratta, senza trucco, gli abiti larghi e apparentemente poco ricercati, la ventottenne custodisce un segreto che tale non è. «Something pretty bad happened to me» confessa a un ristoratore anziano che la salva da una forte crisi respiratoria.
Quel «qualcosa di piuttosto brutto» è una violenza sessuale subita tre anni prima da parte del suo professore universitario, uno che subito si dimise e fece perdere le tracce. Lei non lo denunciò, avendo lo stupratore un figlio, ma quel trauma è rimasto dentro di lei: impedendole di andare a letto con altri uomini, anche di fare pace con la propria esistenza.
Quando l’università decide di offrirle un posto di ruolo in letteratura inglese Agnes sembra ritrovare un motivo per uscire dalla sorta di oscurità trasparente, che non è depressione fonda ma nemmeno fame di vita. Ci vorrà il conforto della sua vecchia amica lesbica Lydie, che è diventata mamma con l’inseminazione assistita, perché le cose cambino davvero. E anche la buffa corte di un vicino di casa, il gentile Gavin…
Prodotto da Barry Jenkins, “Sorry, Baby”, nelle sale da giovedì 15 gennaio con I Wonder Pictures, suona già visto e in buona misura tale è; tuttavia il film, benché punteggiato da “freddure”, è riscaldato da una complicità femminile che permea ogni reparto artistico (musica, montaggio, scenografia, fotografia, costumi…), ma senza affondi di velenosa misandria nei confronti degli uomini coinvolti nella storia, anzi. Nei panni di Agnes, la regista precisa con una certa cura l’eleganza naturale dell’eroina irrisolta e fragile, a un passo dal crollo, spaventata da tutto, specie dal sesso, eppure, nel bell’epilogo, capace di fare i conti con un cambio di prospettiva.
Naomi Ackies e Lucas Hedges sono Lydie e Gavin, funzionali entrambi a quella sorta di ping-pong emotivo nel quale vive la protagonista, in bilico tra dramma e commedia. Si parla in classe di “Lolita” di Nabokov e appare alla tv una sequenza di “La parola ai giurati” di Lumet, ma sono solo garbate strizzatine d’occhio allo spettatore, nulla di più.

Michele Anselmi