L’angolo di Michele Anselmi
Dopo aver visto tutti e sei gli episodi di “Portobello”, confermo, sul filo di una meditata iperbole, quanto scrissi lo scorso settembre dalla Mostra di Venezia, dove furono presentati i primi due: a 86 anni Marco Bellocchio è indiscutibilmente il più giovane dei registi italiani. Per inventiva drammaturgica, senso dello spettacolo, capacità di restituire un’epoca tra gasata e atroce, direzione degli attori, gusto della messa in scena, forza dei dialoghi, profondità dell’artificio, intelligenza delle digressioni visionarie.
Come accaduto con “Il traditore” su Tommaso Buscetta ed “Esterno notte” su Aldo Moro, il cineasta piacentino fa nomi e cognomi, ricostruisce fatti e circostanze, cita documenti e dialoghi reali, certo alla sua maniera, e non stupisce affatto che la serie non sia stata prodotta dalla Rai per la Rai, anche se nella compagine produttiva appare a sorpresa, come voce minore, Raifiction. Del resto la tv pubblica mollò subito al suo amaro destino carcerario il presentatore, al quale pure doveva ascolti pazzeschi, come se Tortora non fosse stato uno di casa, uno della casa. E la serie bene lo mette in evidenza.
Poi, certo, dispiace che “Portobello” non passi nemmeno per qualche giorno al cinema, magari diviso in due parti, ma si può capire la ratio: la neonata piattaforma HBO Max fa della serie un biglietto da visita, nella speranza di attirare nuovi abbonati o di “fidelizzarli”, purtroppo presentando solo una puntata a settimana a partire dal 20 febbraio. Soprattutto mi auguro che, in questa stagione di aspra contrapposizione referendaria, con il ministro Nordio lesto a chiedersi, non retoricamente, «chi controlla la magistratura?», la serie non sia strumentalizzata in qualche modo dal fronte del Sì: sarebbe davvero un peccato, una scemenza, un torto al regista. Il quale ieri ha spiegato: «La mia serie non c’entra nulla col referendum, è stata pensata e fatta prima, tutto da noi viene buttato in politica».
Naturalmente la serie non fa sconti alla Procura napoletana, specialmente ai pm Lucio Di Pietro, Felice Di Persia e Diego Marmo che presero per buoni, contro ogni evidenza e senza fare gli opportuni riscontri, i fantasiosi racconti su Tortora dei tre principali accusatori: il mitomane omicida Giovanni Pandico, il feroce sicario Pasquale Barra e il maldestro lestofante Gianni Melluso. L’accusa? Essere affiliato alla camorra e coinvolto in un gigantesco traffico di stupefacenti.
Ci vollero tre lunghi anni, dal 17 giugno 1983 al 15 settembre 1986, perché il conduttore venisse finalmente assolto da tutto, grazie alla decisione della Corte d’appello di Napoli, pure alla coscienziosità del giudice Michele Morello, dapprima “colpevolista” e infine deciso a battersi per l’assoluzione. Tortora tornò poi nel 1987 a fare il suo “Portobello”, e qualcuno ricorderà la frase rivolta ai telespettatori: «Dunque, dov’eravamo rimasti?». Di lì a poco, nel 1988, ad appena 59 anni, sarebbe morto stremato da un tumore al polmone forse aggravato dalla lunga odissea giudiziaria.
«Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi» fu la frase rivolta ai giudici che in molti ricorderanno. Durissima, rischiosa dato il contesto dell’appello, ma si può anche capirlo: al termine del precedente maxi-processo contro la Nuova Camorra Organizzata (NCO) Tortora, nel frattempo eletto eurodeputato grazie alla sacrosanta iniziativa del radicale Marco Pannella, era stato condannato a 10 anni di reclusione, 50 milioni di spese da pagare e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La serie entra quasi subito nel merito, dopo un prologo ambientato nel 1977 che ricostruisce lo stile televisivo del conduttore, anche l’inatteso successo di quella trasmissione del venerdì, col pappagallo verde, all’inizio pensata per la seconda serata.
Al suono martellante di “Tammurriata nera”, Tortora viene dato in sadica ostensione ai giornalisti e alle telecamere della stessa Rai, arrivata per prima davanti alla stazione dei carabinieri: in manette, confuso, stordito, reduce da un malore per l’arresto notturno all’hotel Plaza di Roma, mentre gli gridano «Ladro!» e lui alza le braccia a mostrare quei ceppi, dicendo «Guardate questa infamia». Era, appunto, la tarda mattina del 17 giugno 1983. Il conduttore di “Portobello”, l’uomo che aveva appena totalizzato 28 milioni di spettatori con la sua trasmissione e stava per firmare di nuovo un contratto con la Rai, fu condotto a Regina Coeli e poi nel carcere di Bergamo: quasi sette mesi di reclusione prima di ricevere i “domiciliari” per l’aggravarsi delle condizioni di salute.
Di nuovo è Fabrizio Gifuni, già Moro in “Esterno notte”, a incarnare il protagonista. L’attore si cala nel ruolo di Tortora restituendone con cura l’eloquio calmo e forbito, il sorriso lieve forse venato di ipocrisia, la calcolata frenesia in studio e l’oculata gestione di “Portobello” insieme alla sorella Anna. A tratti sembra quasi di rivedere e riascoltare il vero Tortora, ma dentro un approccio recitativo che non inclina alla semplice imitazione vocale e gestuale; lo affiancano Romana Maggiora Vergano, Barbora Bobulova, Alessandro Preziosi, Pier Giorgio Bellocchio, Fausto Russo Alesi, Carlotta Gamba, Mauro Aversano, Tommaso Ragno, Giovanni Muselli, Paolo Pierobon, Antonio Piovanelli, Massimiliano Rossi, Irene Maiorino, Salvatore D’Onofrio e infiniti altri, tutti bravi, a partire dallo strepitoso Lino Musella, l’anima nera della vicenda, nei panni dello scaltro Pandico, lo “scribacchino” di Cutolo, il “dissociato” che l’aveva giurata a Tortora per via di alcuni centrini spediti anni prima a “Portobello” e alla fine riuscì a distruggerne l’immagine e la salute.
Si fa presto a dire «errore giudiziario», bisogna viverlo sulla propria pelle per rendersene conto. Bellocchio, che firma il copione con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non si nega, insieme a qualche torsione metaforica (quel Pulcinella con la toga, le clessidre collezionate in casa, il gatto grigio che caccia i topi nell’archivio giudiziario…), sottolineature fortemente polemiche, a tratti pure caricaturali, verso la magistratura, la politica e il giornalismo nel ritrarre la discesa all’inferno di Tortora. Che era iscritto al Partito liberale, visto con sospetto a sinistra per la qualità ultra-pop dei suoi programmi, in fondo mai davvero amato a Viale Mazzini.
«Mi accusano di fare paccottiglia provinciale e strappalacrime. Ma i miei santi in paradiso stanno tutti in poltrona il venerdì sera davanti alla tv. Ho uno scudo di 28 milioni di italiani» scandisce sulle prime Tortora-Gifuni. Invece lo scudo non bastò a salvarlo dal “processo popolare” che trasformò in un attimo il conduttore più amato dagli italiani in un sordido esponente della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, detto ‘O Professore.
Alla sua maniera, Bellocchio cuce realismo e reinvenzione, sofferenza personale e teatralità processuale, annotazioni caratteriali e affondi sarcastici, lasciando emergere, puntata dopo puntata, l’assurdità di un’inchiesta penale, fondata sul nulla, che non sarebbe proprio dovuta partire. In questa chiave s’inseriscono anche le citazioni e gli omaggi: penso alla sequenza di tortura tratta da “La colonna infame” di Nelo Risi, a Valeria Marini che a sorpresa fa Moira Orfei sopra l’elefante in una chiave “felliniana”, all’orecchiabile “Jesahel” dei Delirium (la cantava Ivano Fossati) usata due volte, a scandire con una certa efficacia quella condizione umana devastata. Al brigatista rosso, pure omicida, che gli fa la predica a Regina Coeli e lo mette sotto accusa per i suoi programmi, Tortora replica: «Tu sei qui per un motivo preciso. Io non so perché». Già: sta tutta qui la differenza.
Michele Anselmi