L’angolo di Michele Anselmi 

Non saprei dire in quanti lo vedranno, ma io consiglio caldamente di vederlo subito, anche se non è una passeggiata. Esce oggi, giovedì 12 febbraio, targato Lucky Red, “Due procuratori” del 61enne regista ucraino Sergei Loznitsa, e vi assicuro che è uno di quei film che restano dentro, lavorano nel profondo, suscitano sdegno, rabbia, disagio, e insieme un senso di umana pietà verso le vittime di quello che fu il regime comunista sovietico nei suoi anni peggiori. Loznista s’ispira a un racconto del fisico e scrittore Georgij Georgevič Demidov, che uscì vivo per miracolo da un gulag comunista dopo esserci rimasto per quattordici anni, ma naturalmente la sostanza della storia fa tutt’uno con lo stile rigoroso e sorvegliato, quasi da pièce teatrale, senza musica, su colori lividi e marroncini, dialoghi essenziali, a restituire il mondo concentrazionario dell’Unione Sovietica durante il 1937, culmine del terrore staliniano.
Il primo dei due procuratori è il giovane Aleksandr Kornev, con tre mesi appena di esperienza, a suo modo un idealista, iscritto al Partito, un bolscevico che crede nei valori della Rivoluzione e della giustizia. Incaricato della sorveglianza nei luoghi di detenzione, arriva nel carcere di Brjansk dopo aver ricevuto miracolosamente un biglietto scritto col sangue da un vecchio dirigente comunista, tal Ivan Stepnjak, finito nelle purghe di Stalin. Il direttore della prigione sconsiglia al «compagno Kornev» l’incontro con il detenuto, forse colpito da tifo e altre malattie, in stato d’isolamento. Ma il procuratore non recede, vuole capire che cosa stia succedendo a migliaia di prigionieri politici, e il confronto con quell’uomo, pestato e torturato a lungo per fargli confessare di essere una spia controrivoluzionaria e quindi giustiziarlo, lo lascerà senza parole, annichilito, a suo modo incredulo.
Il cerchio si sta stringendo attorno a Kornev: il Commissariato del popolo per gli affari interni (NKUD), ovvero la polizia politica dotata di poteri assoluti di vita e di morte, sta decidendo cosa fare di lui, o forse ha già deciso. Forse solo il Procuratore generale di Mosca, il famigerato Andrej Vyšinskij, potrebbe evitare il peggio: l’incontro personale ottenuto da Kornev, dopo un’umiliante trafila burocratica, sembra in effetti essere incoraggiante. Ma chi può credere davvero che il ritorno a Brjansk sarà solo un tranquillo tragitto in treno in compagnia di due occasionali viaggiatori?
«Rigoroso e teso, con atmosfere kafkiane, il film avanza creando una tensione da thriller che accompagna lo spettatore fino alla fine» leggo sul press-book. È proprio così. Loznitsa analizza i meccanismi del totalitarismo sovietico; restituisce le mosse di un regime che corrompe e terrorizza, blandisce e sevizia; descrive i modi di una burocrazia fondata sull’ipocrisia, la messa in scena e il sospetto.
L’ultima mezz’ora è davvero un capolavoro di regia, perché, insieme a Kornev, lo spettatore avverte la strana e insidiosa atmosfera che grava sul destino del procuratore locale, in un crescendo di sguardi perplessi, chiacchiere vuote, bevute esagerate e domande impertinenti.
Girato a Riga, in Lettonia, dove è stato recuperato un vecchio carcere dell’epoca staliniana, “Due procuratori” trova nel 33enne attore russo Aleksandr Kuznetsov, dal naso schiacciato da pugile e dallo sguardo soave, un interprete mirabile, a suo modo una vittima predestinata perché «idiota»; mentre il 60enne Andrej Kazasov fa di Vyšinskij, calmo, temuto e osservatore, il perfetto esecutore di un potere staliniano destinato a durare per decenni.
Vederlo in russo con i sottotitoli sarebbe meglio, per cogliere l’aria del tempo, ma il doppiaggio italiano mi pare ben fatto. E non sorprenda l’uso del formato 1.33:1, noto anche come “quattro terzi”: lo schermo quasi quadrato non è una bizzarria cinefila, serve a restituire ancora meglio l’idea di controllo e umiliazione, in una chiave di denuncia dai tratti forse universali.

Michele Anselmi