L’angolo di Michele Anselmi
Ho viva simpatia, mi pare poco ricambiata dall’interessato, per il cinema di Edoardo Winspeare. Negli anni ho scritto di tutti i suoi film; qualche giorno fa, in occasione del passaggio in anteprima al Bif&st di Bari, anche di questo nuovo “Vita mia”, uscito ieri, giovedì 9 aprile, nelle sale italiane (poche in realtà, appena 35) targato Draka Distribution. Il suo film precedente, “La vita in comune” risale al lontano 2017. Solo che Vita, in questo caso, è anche un nome, benché il titolo custodisca un doppio significato.
Nell’immaginario paesino di Salete, in realtà siamo a Depressa nel Salento, dove il regista sessantenne di nobili ascendenze abita e lavora, torna a vivere l’anziana duchessa Didi, nata nella Transilvania ungherese. Lì andò in sposa, nel lontano 1964, a un barone locale: il suo arrivo fu festeggiato da tutto il paese, quasi fosse Grace di Monaco (bionda ed elegante).
Tanti anni dopo, minata dal Parkinson, con una figlia balbuziente che fa l’attrice a Parigi e un figlio inetto reduce da “L’isola dei famosi”, l’anziana Didi s’illude di essere ancora la duchessa di un tempo. Ma le resta solo il palazzo avito, simbolo di un passato ormai decaduto.
«L’idea mi è venuta osservando, negli ultimi anni, il rapporto che mia madre, malata di Parkinson, sviluppò con una signora salentina che si prese cura di lei» spiega Winspeare, il quale firma il copione con Mariangela Barbanente e Alessandro Valenti. Nella finzione la badante si chiama, appunto, Vita, è una donna del posto, bella e volitiva, con una figlia malmaritata e un cinico avvocato per amante. Vita finirà con lo stringere un rapporto intenso, affettuoso, con Didi, dopo un inizio burrascoso, proprio come succede in “Era” di Vincenzo Marra, altro titolo passato a Bari e ora nelle sale.
Il film spazia nel tempo e nello spazio, mischiando l’amicizia inattesa tra le due donne, così diverse per censo e cultura, con i ricordi dolorosi di Didi: l’infanzia in Transilvania accanto al venerato padre (aveva un vero orso, Attila, come amico), le minacce di un perverso ufficiale nazista, la caccia all’amata insegnante ebrea fatta passare per ariana, il successivo arrivo dell’Armata Rossa sovietica… La partitura è complessa, romanzesca, diciamo polifonica, in modo di saldare l’osservazione antropologica con gli eventi storici. Fino ad un epilogo che custodisce un’amara sorpresa ma anche una specie di speranza.
La 75enne Dominique Sanda, un tempo star del cinema italiano, fa della duchessa una donna incapace di fare i conti con la propria condizione: altera e insopportabile, ma anche fragile e sensibile. Mentre Celeste Casciaro, compagna del regista e attrice d’istinto, disegna con felice presenza fisica e vocale la proletaria Vita che entra nella vita dell’anziana signora, scoprendo un mondo inatteso. «Io sono povera da quando sono nata» protesta la badante; «Lei mi sta parlando come una comunista» replica la duchessa. Ma in fondo troveranno il modo di rispettarsi, intrecciando i rispettivi mondi. Nel cast anche Karolina Porcari, Ignazio Oliva e Ninni Bruschetta.
Lungo due ore, intessuto di ricordi autobiografici forse legati al nobile casato, “Vita mia” a suo modo è un affresco storico, certo ambizioso, di risonanze europee, a tratti fuori registro (visioni, fantasmi, sottolineature fosche). Il meglio del film, a mio parere, sta proprio nelle scene salentine tra le due donne: così diverse e in fondo solidali.
Michele Anselmi