L’angolo di Michele Anselmi

È davvero un’ingiustizia, anzi un misfatto: nel tempo delle piattaforme digitali e delle schifezze diffuse nessuno può vedere un piccolo film che si chiama “Aurelia”. Lo scrisse e lo diresse nel 1986 il regista ligure Giorgio Molteni, che riuscì anche a portarlo al festival di Locarno del 1987. Ma una mezza stroncatura di Morando Morandini e la conseguente scarsa convinzione del distributore Bim, così mi ha raccontato il regista, sancirono la fine prematura di una commedia “on the road” che avrebbe meritato, a mio parere, ben altra fortuna, commerciale e critica.
Pare che Raidue, alcuni anni dopo, volesse comprarlo per 80 milioni di lire, ma la produzione considerò la cifra troppo bassa. Risultato? “Aurelia” è un film letteralmente scomparso dai radar. In pochi l’hanno visto, in pochissimi lo ricordano. Pensate: in rete si trova solo una brutta locandina e neanche una foto.
All’epoca ne scrissi su “l’Unità”, mi pare di ricordare, ma non ho accesso all’Archivio storico del quotidiano, sicché solo grazie a Molteni, diciamo a una copia video scolorita e tremolante, sono riuscito a rinfrescare la memoria. Be’, quasi quarant’anni dopo “Aurelia” m’è parso migliore di allora. Nel frattempo Fabio Sartor è morto a 70 anni, nel 2024, mentre la coprotagonista Maddalena Crippa, oggi 68enne e compagna di Peter Stein, da tempo non fa più un film, essendosi dedicata solo al teatro.
Che peccato! Che spreco!
Per chi nulla sapesse, “Aurelia” si svolge tutto sull’Aurelia, sì la mitica strada consolare che fu protagonista anche del memorabile “Il sorpasso” di Dino Risi. Trattasi di “road movie” classico, ma rivisto alla luce di una sensibilità romantica che Molteni, anche sceneggiatore, trasfuse nella storia costruita addosso a due personaggi: il trentenne Tommaso e la più giovane Giuditta. Lui è uno scienziato: in una sorta di rito di passaggio, di “addio al celibato”, decide di fare l’autostop da Roma per raggiungere Loano, in Liguria, dove sposerà Nirvana dopo pochi giorni. Lei, dai capelli corti e biondissimi e dalle gambe da sballo, sembra muoversi senza una precisa meta, in attesa di finire di scrivere una lunga lettera forse a un fidanzato. I due, incontratisi per caso sul ciglio della strada, vengono presi su da un bizzarro tipo che porta a spasso un cactus trattato come un figlio e comincia così quel lungo viaggio, tra improbabile, realistico e simbolico.
Sei canzoni di Paolo Conte fanno da corredo sonoro, per me sin troppo invadente (ma il tema di “Sparring partner”, senza parole, è contagioso), alle tappe di quel percorso estivo dal destino non scritto. Pur così diversi, Tommaso e Giuditta, cominciano ad amarsi, prima per scherzo e poi per davvero. Una volta a Loano che cosa succederà?
«Non ho la faccia di uno che sta per sposarsi» confessa lui, ormai mesmerizzato dalla bellezza schietta e selvaggia di Giuditta; «Sei tu che vuoi vedermi così» risponde lei, dapprima scettica su quel rapporto senza futuro, poi, una volta recuperata una MG d’epoca e un abituccio da sera attillato, pronta a vivere allegramente il sesso e il sentimento accluso.
Trovo “Aurelia” un film gentile, sensuale e malinconico, benissimo scritto sul piano dei dialoghi, qua e là trapunto di affondi buffi (Nicola Pistoia, Carlo Monni…), recitato da Sartor e Crippa senza remore e senza freni, anche nelle scene più intime, come se parlassero di sé stessi almeno un po’.
Mi auguro che queste righe possano accendere la curiosità di qualche addetto ai lavori. Farebbe un’opera buona nel tirar fuori “Aurelia” da un oblio insensato. Ma temo che non succederà. Siamo in Italia.

Michele Anselmi