L’angolo di Michele Anselmi
Non ci piove: “Il diavolo veste Prada 2” sarà un successo planetario. Comunque. Perché, pur arrivando a vent’anni di distanza dal primo, è un seguito molto atteso e ben reclamizzato; perché l’altra volta incassò 330 milioni di dollari nel mondo e bisognava per forza riprovarci; perché il pubblico femminile, di varie età, è affezionato a quei personaggi; perché la parola più usata nel nuovo film è “Icona” e si sa che il concetto funziona sempre, o quasi.
D’altro canto, squadra che vince non si cambia. Tornano il direttore David Frankel, la sceneggiatrice Alina Brosh McKenna, il direttore della fotografia Florian Ballhaus, ma soprattutto ci sono tutti e quattro i protagonisti principali del primo capitolo: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ovvero Miranda, Andie, Emily e Nigel (i cognomi non servono, essendo personaggi “iconici”).
Com’è il nuovo film? Poco convinto più che poco convincente. Si vede che la costruzione è stata laboriosa, pure faticosa, già nel 2013 ci avevano provato lasciando perdere, e poi vent’anni, che diventano quindici nella finzione del racconto, sono comunque parecchi. Ma, come per magia, complici diete draconiane, make-up sostenuto e qualche ritocco prodigioso al computer, tutti appaiono più o meno, fisicamente, gli stessi di allora, anzi più magri. Solo che il contesto newyorkese è cambiato.
Il magazine “Runway”, naturalmente definito da Nigel «un’icona globale», non se la passa più così bene sul piano delle vendite cartacee: urgono tagli al personale, la redazione deve un po’ stringersi, le lussuose auto blu vengono meno e anche i viaggi aerei non sono più in business-class. Miranda, benché reduce da un infortunio giornalistico, è sempre la stessa, una specie di Crudelia Demon che tutti maltratta, a partire dal fedele e saggio Nigel; ma non sa che il figlio dello storico editore, appena morto, ha deciso di vendere l’intera baracca. Nel frattempo, per salvare il salvabile, era stata richiamata in redazione Andie, con un ruolo di spicco, per dare più spessore al versante giornalistico della rivista.
Figurarsi. Miranda finge addirittura di non riconoscerla appena la vede, ma noi sappiamo che strada facendo, in vista di una trasferta a Milano per la Settimana della Moda, le due amiche-nemiche troveranno il modo di salvare “Runway” dalle grinfie di un fesso milionario che la vuole regalare all’amante Emily, nel frattempo stanca di parlare francese presso Dior e pronta a prendersi una clamorosa rivincita sulla sua ex direttrice.
Due ore di film sono troppe a mio parere, ma il cine-evento richiede di allungare il brodo: i vip della moda consumano un pasto nel refettorio dove c’è lo stupendo “Cenacolo” di Leonardo, i marchi famosi devono essere mostrati a ripetizione e con una certa generosità, in tanti appaiono nei ruoli di sé stessi: da Lady Gaga a Donatella Versace, da Tina Brown a Naomi Campbell, da Heidi Klun a Brunello Cucinelli (e chissà quanti altri che io non so riconoscere).
Qua e là echeggiano battute spiritose, del tipo: «Meglio di un finale di stagione di “Yellowstone”» oppure «Ho Stoccolma in linea: rivogliono la loro sindrome», ma in generale senti il ricalco delle situazioni, pur nel diverso contesto dell’editoria, e gli interpreti sembrano maschere monodimensionali, costrette a replicare sé stessi con minime variazioni psicologiche. Due o tre new-entry, da Kenneth Branagh a Lucy Liu, non apportano granché al nuovo episodio.
È pur vero che, visto in inglese, “Il diavolo veste Prada 2” sfodera una piccola verità in più, mentre il doppiaggio italiano, leggo affidato alle stesse voci di vent’anni fa ma a me francamente non pare, introduce un elemento caricaturale che farà forse sorridere il pubblico nostrano ma non aiuta il film. Tanto non ci farà caso nessuno.
Nelle sale da oggi 29 aprile, targato 20th Century Studios.
Michele Anselmi