La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 25
«Quando pensi di farlo?» chiede il fratello. « Prestissimo» replica Arash. Fare cosa? Uccidersi. Parte così “Kami Nour”, ovvero “Un po’ di luce”, il film iraniano oggi in concorso alla Mostra. L’ha scritto e diretto Ali Asgari, trovando in Misagh Zareh un volto, una voce e un corpo perfetti per esprimere il senso di desolazione, anzi di sconfitta esistenziale, che porta quel bravo medico a decidere di farla finita. Prima di suicidarsi, dopo aver preso congedo dalla gatta e dalle piante, avviserà le due altre due sorelle e l’anziana madre, poi agirà. Ma forse, nel giro degli 87 minuti di film, qualcosa gli farà cambiare idea, almeno per il momento.
“Kami Nour” uscirà in Italia distribuito da Teodora e mi auguro che trovi un suo pubblico, perché il film, dal ritmo disteso squisitamente iraniano, merita d’essere visto, anche per il “messaggio” (non è una parolaccia) che trasmette. Per dirla col regista: «Non è una storia sulla sofferenza, ma sui legami invisibili che rendono la vita degna di essere vissuta. La sofferenza potrebbe non scomparire mai del tutto, e l’esistenza potrà restare segnata dall’incertezza e dall’ingiustizia. Ma forse il valore della vita non risiede nell’assenza del dolore, bensì nella nostra capacità di amare, di essere amati e nelle tracce che lasciamo nelle vite degli altri».
In effetti questo accade, e non credo che voglia dire rivelare la fine. All’inizio Arash è un uomo lucidamente deciso a morire. L’hanno arrestato per aver curato alcuni studenti feriti a una manifestazione contro il regime teocratico, gli hanno chiuso coi sigilli lo studio, tutto gli sembra ormai inutile, doloroso, insopportabile. I suoi amici mettono il nastro adesivo alle finestre temendo che l’aviazione di Trump bombardi ancora Teheran (come se bastasse), lui ironizza, e intanto si appresta a passare la sua ultima giornata. Soprattutto non sapendo come confessare quel suo intento funereo alla madre, nel frattempo alle prese con un gustoso pranzo di famiglia…
Sintetizzando, “Kami Nour” esplora il fragile confine tra la disperazione e le forze silenziose che ci tengono legati alla vita. Lo fa con uno stile piano, meditabondo, fatto di piccoli gesti quotidiani, fotografia a luce naturale, niente musica se non una festosa danza curda nell’epilogo. Lo sguardo di Arash fa tutto il resto.
Michele Anselmi