L’angolo di Michele Anselmi

Non è un film per giovani, ma neppure solo per vecchi. Poi, certo, bisogna intendersi su certe categorie. Esce giovedì 5 ottobre, con la Bim, e lo consiglio caldamente, “L’imprevedibile viaggio di Harold Fry”, che la regista inglese Hettie Macdonald ha tratto dall’omonimo romanzo di Rachel Joyce, 2012, edito anche in Italia da Sperling & Kupfer. La forza del film è racchiusa nella storia che racconta: realistica e insieme ad alto tasso simbolico. Ma state a sentire.

“Starai fuori molto?” fa l’anziana moglie al marito coetaneo. “Il tempo di imbucare la lettera” fa lui uscendo di casa senza nemmeno prendere il cellulare. I due vivono in una linda e gelida villetta a schiera giù nel Devon. Il legame sembra in crisi da anni, e scopriremo che un evento tragico ha determinato quella situazione; ma a innescare la vicenda è una lettera che viene da Berwick-Upon-Tweed, lassù in Scozia, a 800 chilometri di distanza. Una certa Queenie Hennessy, malata terminale, ha scritto all’uomo per dirgli addio. Avvenne qualcosa tra i due anni prima, non una storia d’amore, e lui si sente ancora in colpa.

Così, dopo aver scambiato due parole con una ragazza dai capelli blu incontrata in un bar, Harold decide di partire: a piedi, col suo giubbetto leggero sopra giacca e cravatta, un cartone di latte e un paio di scarpe Timberland già sformate ai piedi, per salutare Queenie prima che muoia.

Il film agita, con apprezzabile discrezione e purtroppo un eccesso di musica, argomenti non di poco conto: il dilemma tra fede (non necessariamente in Dio) e razionalità, il senso di colpa, il desiderio di espiazione, la forza della misericordia e della solidarietà anche quando tutto sembra degradarsi in fatto mediatico.

Già perché l’estenuato “pellegrino”, a mano a mano che marcia verso nord, finisce col diventare un caso da prima pagina e da tg, senza che lui cercasse pubblicità, sicché in tanti si accodano, acclamandolo come un esempio, una specie di “santo”, un po’ come succedeva a Forrest Gump, altro eroe suo malgrado.

Film itinerante e picaresco, venato di ilare malinconia, “L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” è scandito dalle stazioni di una strana via crucis che in realtà libera progressivamente il settantenne da nevrosi, necessità, patemi, frustrazioni; come se quel pellegrinaggio verso l’hospice scozzese, all’insegna del motto “You Will Not Die” (tu non morirai), fosse un modo per risarcire Queenie di un torto lontano e insieme mettersi finalmente alla prova.

Naturalmente il film non esisterebbe senza Jim Broadbent, straordinario attore britannico visto spesso sullo schermo: sembra non recitare mai e invece recita eccome, senza darlo a vedere, portando sull’imperturbabile personaggio un fardello di pena paterna e di vesciche ai piedi dal quale non sarà facile liberarsi. Ma anche Penelope Wilton, che fa la moglie Maureen, non è da meno: nel rendersi così odiosa e perbenista, una casalinga ormai disperata, salvo capire che il gesto apparentemente folle del marito non è una ritorsione contro di lei.

Sono intensi, non convenzionali, gli incontri che al mite e francescano Harold capita di fare durante quei due mesi di viaggio: un ricco gay che vorrebbe regalare un paio di scarpe nuove al suo giovane amante, una bella dottoressa slovacca che sopravvive a un abbandono sentimentale pulendo le latrine, un diciottenne sciroccato con botta mistica che gli ricorda tanto il figlio forse insalvabile.

Solita raccomandazione: è stato doppiato bene in italiano, ma se lo trovate in lingua originale coi sottotitoli è di sicuro meglio.

Michele Anselmi