Inverno sulle Alpi francesi. La distesa di neve attorno ad una baita di montagna si tinge di rosso. È il sangue di un uomo morto, precipitato da una finestra. Il suo è un suicidio, oppure è stato ucciso da qualcuno? Inizia così “Anatomia di una caduta”, pellicola vincitrice della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Diretto dalla regista francese Justine Triet, è disponibile in sala dal 26 ottobre. La protagonista è Sandra (Sandra Hüller), scrittrice di successo, mentre l’uomo che ha perso la vita è suo marito Samuel (Samuel Theis). La relazione tra i due è incrinata da tempo, e le discussioni sono all’ordine del giorno. Questo turba il loro figlio Daniel (Milo Machado Graner), undicenne ed ipovedente, che non perde occasione per allontanarsi da casa quando sente aria di lite. Quando Samuel muore, nessuno può testimoniare cosa sia realmente successo. In quel momento infatti il figlio era altrove, mentre la moglie dichiara che lei stava dormendo nella sua stanza. Gli inquirenti puntano il dito su Sandra, l’unica che potrebbe essere l’assassina, e che dovrà dimostrare la sua innocenza. Il film segue, quasi fosse un documentario crime, tutte le fasi del (presunto) delitto di Samuel. Si parte dalla scoperta del cadavere, si tenta di ricostruire la dinamica della morte tramite interrogatori e simulazioni della caduta, ed infine si arriva al lungo processo a Sandra. Man mano che la storia va avanti, però, la verità invece di avvicinarsi si allontana. Le prove concrete non si trovano, i ricordi dei testimoni sbiadiscono, il tormentato rapporto di coppia, rivangato minuziosamente a processo, rende difficile stabilire chi dei due avesse ragione e chi torto. E l’ambiguità della figura di Sandra non aiuta: non è né carnefice né vittima, divisa tra il ruolo di madre amorevole e di moglie autoritaria ed infedele. La regia della Triet è rigorosa, quasi fredda, senza troppi vezzi stilistici. Basti pensare che non viene utilizzata una colonna sonora extradiegetica, e l’unica musica che si sente, in alcuni punti, proviene direttamente dall’interno della storia. Al centro ci sono solamente i dialoghi tra i personaggi, in particolare nell’aula di tribunale, che tentano di snodare una vicenda complessa ed indefinita. Così l’indagine anatomica del titolo non viene attuata solo nei confronti del delitto di Samuel, ma è l’intera vita di una coppia ad essere passata ai raggi X da chi tenta di trovare una verità oggettiva. Un ruolo che viene messo anche nelle mani dello spettatore, chiamato a fare il detective, e a cercare gli indizi per risolvere il mistero. Ma solamente Sandra e Samuel possono sapere come sono andate realmente le cose: la verità è impenetrabile al mondo esterno. Sarà il piccolo Daniel, sofferente per il tragico rapporto tra i suoi genitori, a fungere da ago della bilancia per determinare l’esito del processo, ma le sue non sono altro che sensazioni. Il film riflette sulla complessità dei rapporti umani, sulla fallacia del ricordo, sull’impossibilità che la verità giudiziaria corrisponda a quella reale. E, da ultimo, sarà il detective-spettatore ad emettere il verdetto finale: Sandra è colpevole o innocente?

Martina Genovese