Il grande schermo si trasforma spesso in una parete verticale dove la sopravvivenza non è mai scontata: questo è l’incipit di “Apex”. Il regista Baltasar Kormákur torna a confrontarsi con il legame viscerale tra l’umanità e i luoghi più selvaggi del pianeta.
La vicenda vede come protagonista Charlize Theron nei panni di Sasha, un’appassionata di sport estremi che si imbatte nelle terre più selvagge dell’Australia, cinque mesi dopo la morte del marito di cui si sente in parte responsabile.
Quello che doveva essere un ritiro solitario e spirituale si trasforma in un incubo quando la donna incontra Ben, interpretato da Taron Egerton, un individuo all’apparenza innocuo che nasconde però l’indole di un predatore implacabile.
La forza principale di “Apex” risiede infatti nella rappresentazione dei paesaggi: l’entroterra australiano non è semplice sfondo, ma una presenza attiva, quasi ostile, che ingloba ogni cosa. Grotte, corsi d’acqua e distese aride diventano elementi di una geografia che detta il ritmo della narrazione più dei protagonisti stessi. Kormákur sfrutta la sua esperienza con ambienti estremi per trasformare la natura in un elemento capace di generare tensione attraverso il puro spazio.
I personaggi esistono soprattutto come corpi in movimento dentro un ambiente che li supera continuamente, mentre le loro motivazioni e fragilità rimangono appena accennate. L’antagonista Ben, per quanto costruito su contrasti interessanti tra normalità apparente e violenza latente, non riesce mai a emergere davvero oltre la funzione di innesco per l’inseguimento.
È proprio sul piano dell’interiorità che il film mostra i suoi limiti: il percorso emotivo di Sasha, legato al senso di colpa e all’idea di espiazione attraverso la sofferenza, resta in superficie, soffocato dalla continua necessità di avanzare nella corsa e nella fuga. Allo stesso modo, i traumi che portano Ben a iniziare questo rito restano inespressi, lasciando allo spettatore il quesito relativo alle motivazioni che si celano dietro i suoi comportamenti inquietanti e le sue azioni perverse.
La sceneggiatura privilegia una struttura lineare e ripetitiva, dove la progressione è affidata quasi esclusivamente alla variazione degli spazi attraversati più che all’evoluzione psicologica.
In definitiva, “Apex” si presenta come un survival movie che non convince del tutto. Sebbene la regia sia impeccabile nel gestire lo spazio e la geografia dell’azione, manca una caratterizzazione dei personaggi più profonda.
È un’opera che punta tutto sull’impatto immediato, offrendo un intrattenimento crudo e diretto, ma che fatica a lasciare un segno profondo una volta terminata la visione.
Clara Chiusuri