In un’epoca piena di incertezze come la nostra, dove l’ideale tipicamente novecentesco di “sogno americano” è ormai andato a farsi benedire, l’opera di un cineasta come l’indipendente Sean Baker risulta più che mai efficace nel mostrare e mettere a nudo tutte le contraddizioni di una società disorientata quale quella contemporanea.
Gli ultimi tre lungometraggi del regista americano (“Tangerine”, “Un sogno chiamato Florida”, “Red Rocket”) sono, in questo senso, esplicativi del fenomeno di costante marginalizzazione di determinati ceti sociali che ha avuto luogo negli USA a partire dalla crisi finanziaria del 2008. Una marginalizzazione che ha costretto le persone appartenenti a un certo tipo di sottoproletariato statunitense a spostarsi nelle periferie delle grandi città o, come nel caso di “Un sogno chiamato Florida”, nelle aree limitrofe ai luoghi simbolo per eccellenza dell’illusione consumistica, quali il celeberrimo Disney World di Orlando.
Appare dunque evidente che ad essere al centro delle attenzioni di Baker vi sia il desiderio, da parte di una consistente comunità di “perdenti”, di evadere da una realtà che troppo spesso si rivela pressante e ingiusta nei confronti di questi ultimi, i quali hanno quotidianamente a che fare con le sfortune di una vita vissuta da precari.
Tenendo quindi bene a mente i lavori più recenti della sua filmografia, Baker va ad inserire anche la giovane spogliarellista Anora (o Ani, come preferisce farsi chiamare dai suoi clienti) all’interno del suo personalissimo mondo fatto di verità dolorose e sogni infranti, in cui le differenze sociali e le dinamiche di potere dettate dal possesso di denaro definiscono le proprie prospettive di vita.
Tutto ha inizio quando la sex worker (interpretata da Mikey Madison) incontra il figlio di uno dei più ricchi oligarchi russi all’interno dello strip club in cui lavora: Ivan (Mark Eidelstein) ha infatti tutto ciò che un ragazzo della sua età possa desiderare, dalla villa con piscina alle macchine di lusso, oltre naturalmente alle banconote con cui paga le prestazioni offertegli da Anora, le quali soddisfano così tanto le sue aspettative da farlo letteralmente innamorare della ragazza. I divertimenti e le trasgressioni si susseguono a ruota libera (tra il sesso sfrenato e le sniffate di cocaina) e si giunge al punto in cui Ivan, oramai al di fuori di qualsiasi logica razionale, arriva a proporre ad Anora il matrimonio, attirandosi le ire del padrino armeno Toros (Karren Karagulian) e, ovviamente, quelle della sua famiglia.
Se per la prima metà del film, quello che ci viene mostrato è fondamentalmente la scalata sociale di una giovane ragazza del Brooklyn di origini uzbeke (la quale è costantemente pedinata dalla macchina da presa sia negli interni del locale che negli esterni, come avviene nel resto della filmografia di Baker), nella seconda assistiamo invece ad una commedia “screwball” dal ritmo irrefrenabile, con una sfilza di gag e momenti grotteschi che hanno tutti luogo nell’interminabile notte newyorkese, in cui la protagonista è al centro di un particolare evento che metterà in seria discussione la posizione da lei raggiunta.
Il lavoro del direttore della fotografia Drew Daniels nel saturare i colori si rivela poi funzionale alla costruzione dello scenario che fa da sfondo al racconto, con i tramonti sulle spiagge di Coney Island che sottolineano il turbamento emotivo della protagonista.
Al netto di tutti i vari riconoscimenti critici che il film ha ricevuto sin dalla sua vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes di quest’anno, l’opera di Sean Baker sembra quindi offrire un ulteriore sguardo ravvicinato al mondo dei professionisti del sesso, raccontati qui – così come nei film precedenti – con una sensibilità umana in grado di fornirne un ritratto che sappia dare alla categoria (troppo spesso maltrattata) la dignità che merita, complici anche le sorprendenti interpretazioni degli attori, su tutte quella di Mikey Madison. In sala dal 7 novembre.

Daniele Schina