L’angolo di Michele Anselmi
C’è voce narrante e voce narrante. So che alcuni registi italiani, tra i quali Daniele Luchetti, detestano l’artificio, ma direi che il racconto in prima persona di “Baby Reindeer” abbia un senso, eccome se ce l’ha. Ho tardato a vedere la miniserie britannica in sette puntate che stanno dando su Netflix. Confesso: ero un po’ spaventato dal tema, avendo avuto in passato, purtroppo, esperienze poco piacevoli alla voce “stalking”. E ho fatto male. Perché il drammaturgo e attore Richard Gadd, classe 1989, compie con “Baby Reindeer”, che significa “piccola renna”, nelle intenzioni un affettuoso diminutivo, un’operazione interessante, rischiosa, anche audace: pescare nella propria biografia per estrarne una storia che travalica il fatto personale, rivelando i contorti contorni di una prolungata molestia.
Nelle sette puntate di circa mezz’ora l’una, dirette da Weronika Tofilska e Josephine Bornebusch (strani nomi), Gadd ricostruisce quanto gli capitò tra il 2015 e il 2018, a causa delle attenzioni insistenti, poi sempre più aggressive e devastanti, ricevute da una certa Fiona Harvey, che nella finzione diventa Martha Scott. Una stalker obesa e insidiosa, ora dolce ora diabolica, capace di mettere davvero paura al poveretto, chiamato appunto “baby reindeer”, nella progressione delle minacce, dei messaggi e delle e-mail sgrammaticate.
Solo che Donny Dunn, il protagonista maschile, è uno sfigato “stand-up comedian” trentenne in attesa della sua grande occasione; per vivere fa il barista in un pub londinese e risparmia sull’alloggio grazie alla generosa mamma, vedova, della sua ex fidanzata. Sembra lui quello normale, condannato a pagare un prezzo troppo alto per aver offerto un tè a una donna cicciona, sedicente avvocato, solo in cerca di una parola amica. Ma strada facendo capiremo che anche Donny hai i suoi problemi, pure di identità sessuale, specie dopo gli incontri con una dolce trans straniera, Teri, e con un ricco sceneggiatore omosessuale, Darrien, dedito a pratiche piuttosto brutali.
Come in una sorta di “spogliarello morale”, Gadd/Donny mette in scena un sé stesso che fa pena e rabbia allo stesso tempo. Perché impiega sei mesi per denunciare la stalker alla polizia? Perché si fa stritolare dal gioco perverso? Non sarà che in fondo la desidera, trovando in essa una sorta di specchio deformato?
Girata tra Edimburgo e Londra, la serie è tosta, fosca, a tratti respingente nelle situazioni a sfondo sessuale (soprattutto la quarta puntata con avvertenza); e dolorosamente ambigua nel resocontare la discesa agli inferi, a suo modo anche circolare (occhio all’epilogo). Vederla doppiata in italiano non ha senso, specie per la forza degli accenti scozzese e inglese, per la bizzarria degli errori ortografici. Di Richard Gadd, ovvero Donny, così macilento, disturbato e confuso, s’è detto; Martha è incarnata da Jessica Gunning, ora, leggo, parecchio dimagrita rispetto a come si vede nella serie.
PS. Sul tema, lo so, ci sono parecchi film celebri, come “Brivido nella notte” di Clint Eastwood e “Attrazione fatale” di Adrian Lyne. Ma nulla c’entrano, credetemi, con questa storia qui.
Michele Anselmi