L’angolo di Michele Anselmi

C’è una ragione al mondo perché “Killers of the Flower Moon” duri 3 ore e 26 minuti? No, secondo me no. D’accordo: Scorsese è Scorsese, un grande del cinema mondiale, certi suoi film sono infissi nella memoria di tanti, il suo stile è stato copiato da non so quanti epigoni, gode ancora di un’autorevolezza infinita, anche quando orchestra inutili crociate contro i comic-movie; eppure, secondo me, l’ottantenne newyorkese dovrebbe capire che sforbiciare in sala di montaggio fa bene, l’evento non si misura dalla lunghezza infinita (il suo precedente film, “The Irishman”, durava addirittura di più: 3 ore e 29 minuti).
“Killers of The Flower Moon”, sempre a mio parere, gira piuttosto a vuoto per quasi due ore prima che finalmente lo spettatore cominci ad appassionarsi alla fosca vicenda, tratta liberamente da una storia vera ricostruita dal libro-inchiesta “Gli assassini della terra rossa” di David Gramm. Scritto dal regista insieme a Eric Roth, il copione porta il cinema di Scorsese dove non era mai stato: nell’Oklahoma dei primi anni Venti del secolo scorso, ancora una specie di Far West, tra mandriani e Winchester, se non fosse che il petrolio, l’oro nero lì trovato, ha arricchito i nativi-americani della nazione Osage, “il popolo con il reddito pro-capite più alto della Terra”, sentiamo nell’incipit.
Nella cittadina di Fairfax, in ribollente sviluppo e quindi meta di loschi figuri, gli indiani sono serviti dai bianchi: hanno conti in banca, autisti, Buick di lusso e case di pregio. Tutto a causa delle concessioni ricevute dai petrolieri. Ma quanto può durare quella sorta di “svista” della Storia? Indeboliti negli usi e nei costumi, ormai avvezzi al cibo e al whisky dei bianchi, tuttavia visti con sguardo razzista, gli Osage presto diventano un ostacolo all’ansia predatoria di affaristi che hanno approfittato della situazione e ora meditano di prendersi tutto. Come il potente William Hale detto “King”, ovvero Robert De Niro, che parla la lingua Osage, ha costruito scuole e ospedali per loro, sembra sinceramente amico dei nativi e invece ha un piano diabolico in testa. Per realizzarlo gli serve l’aiuto di un nipote un po’ maldestro e credulone appena tornato senza un dollaro in tasca dalla Prima guerra mondiale: Ernest Burkhart, ovvero Leonardo DiCaprio (con finto naso gibboso per renderlo meno avvenente).
Il film è ricolmo di andirivieni temporali, digressioni antropologiche, visioni/allucinazioni tribali e segnali minacciosi; insomma capiamo subito che siamo di fronte a una sorta di discesa agli inferi, se volete a una cupa metafora del famoso American Dream: le malefatte criminali come collante dell’unghiata capitalistica ammantata di tolleranza e ipocrisia.
Risultato: lo sbandato Ernest viene spinto dallo zio tra le braccia dell’indiana Mollie, ovvero Lily Gladstone, che insieme alle tre sorelle e alla vecchia madre malata gestisce una delle più redditizie concessioni petrolifere. Tra i due è vero amore, almeno si direbbe, nascono pure tre figli; ma intanto, ad una ad una, le sorelle di Mollie vengono ammazzate, senza nemmeno salvare le forme, e a quel punto anche lei, sofferente di diabete, diventerà oggetto di un orribile trattamento da parte del marito in modo che “tutto torni in famiglia” (s’intende la famiglia del patriarca “king” Hale).
“Killers of the Flower Moon”, dopo l’anteprima mondiale a Cannes 2023, esce nelle sale italiane giovedì 19 ottobre con 01-Raicinema, anche se il film, costato quasi 200 milioni di dollari, nasce dall’accordo tra Scorsese e la finanziatrice Apple Tv+. Magari è solo un caso, legato ad antichi rituali indiani, che sopra le bare degli Osage uccisi (sono tanti, soprattutto donne ma anche uomini) vengano poste delle mele in segno di buon viatico; certo il film, invece che visto tutto insieme, sarebbe forse più commestibile in una logica di miniserie, magari quattro puntate di 52 minuti l’uno.
Poi, a entrare nel merito, viene da pensare che “Killers of the Flower Moon” sia frutto di troppe indecisioni e riscritture. All’inizio DiCaprio avrebbe dovuto incarnare il capo della piccola squadra di agenti federali, il Bureau of Investigation da poco pilotato da Edgar J. Hoover, spedito in quelle lontane contrade dal presidente Coolidge. Ne sarebbe venuto fuori un film diverso, un po’ alla “Mississippi Burning”, più concentrato sull’indagine; invece il divo hollywoodiano ha lasciato quel ruolo a Jesse Plemons, forse il migliore in campo, per trasformarsi nel meschino e disossato Ernest, uomo davvero senza nessuna qualità, manovrato dallo zio e capace delle peggio azioni nei confronti della moglie che pure vuole credergli.
Stando così le cose, per lo spettatore pagante il film sembra davvero cominciare circa due ore dopo, proprio quando l’agente Tom White, con cappellone da cowboy e tosti federali al seguito, decide di mettere con le spalle al muro quella consorteria bianca di ricchi affaristi e miserabili assassini, naturalmente tutti dediti a citare il Vecchio Testamento.
Scorsese piazza, in questa narrazione tra fluente e divagante, trapunta di sequenze feroci e dialoghi surreali, momenti di gran cinema, complici le note slide/bluesy dello scomparso Robbie Robertson (echeggiano brani storici come “Going Up the Country” e “Saint Louis Blues”) e la suggestiva fotografia “d’epoca” di Rodrigo Prieto; e certo la ricostruzione d’ambiente è accurata, grazie alla collaborazione degli Osage sul versante antropologico: riti, usanze, lingua, costumi. Ma resta il problema di fondo sul piano, diciamo, narrativo: il cattivo Hale è troppo cattivo, anche per via delle solite smorfie e smorfiette di De Niro; il fesso Ernest è troppo fesso per essere verosimile; l’ingenua Mollie è troppo ingenua per non accorgersi di quanto sta accadendo attorno a sé.
S’intende: capisco l’idea di usare l’orribile storia di cupidigia e sopraffazione per suggerire alle minoranze di ieri e di oggi: non vendete l’anima al diavolo, non fatevi depredare della vostra cultura, alla fine noi bianchi ci occuperemo solo del nostro tornaconto. Ma poi un film è un film, devi entrarci dentro, condividere psicologie e passioni, parteggiare, specie se dura tre ore e mezza. Ciò detto il sottofinale è stupendo, non vorrei rovinare la sorpresa svelando che cosa di vede: un pezzo di gran cinema, per fantasia e fattura, coronato dall’apparizione eloquente dello stesso Scorsese.

Michele Anselmi