L’angolo di Michele Anselmi
In queste giornate di concitato Black Friday ci sta benissimo “Un anno difficile”, la nuova commedia dei francesi Olivier Nakashe ed Éric Toledano, nelle sale da giovedì 30 novembre con I Wonder Pictures dopo passaggio al Torino Film Fest. Era dal 2019, col delicato “The Specials – Fuori dal comune” sui temi dell’autismo, mai uscito in sala da noi causa pandemia, che i due cineasti non firmavano un film. Questo nuovo è una piacevole conferma del loro talento. Non è coinvolgente come “Quasi amici” e nemmeno divertente come “C’est la vie – Prendila come viene”, ma sintetizza bene la qualità di un cinema popolare che riflette sulla società contemporanea, non solo transalpina, inventando ogni volta personaggi nelle strettoie dell’esistenza, spesso buffi e fuori posto, alle prese con esperienze insieme estreme e universali.
“Un anno difficile” è preceduto da una spassosa carrellata di presidenti della Repubblica intenti a ripetere stancamente in tv quella locuzione, appunto “Une année difficile”; ma certo se la passano particolarmente male Albert e Bruno, oppressi dai debiti per aver chiesto troppi prestiti in passato, assecondando una smania consumistica, molto comune in Francia, che viene definita sul piano giuridico “sovraindebitamento”. Alberto avrebbe pure un lavoro come facchino all’aeroporto, ma ormai è costretto anche a dormirvi, come Tom Hanks in quel film di Spielberg; quanto a Bruno, separato dalla moglie, ha appena provato a suicidarsi con i tranquillanti mentre l’ufficiale giudiziario aspettava che sloggiasse da casa.
E qui scatta il paradosso. Tranquillamente integrati nella nevrosi consumistica, i due si ritrovano a militare, cercando di fare affari in proprio, in un aggressivo gruppo ecologista, tipo “Ultima generazione”, che predica il minimalismo assoluto, il rifiuto di oggetti status-symbol e dell’acquisto compulsivo, oltre a organizzare clamorosi flash-mob contro il riscaldamento globale.
Come spesso capita nelle commedie sociali di Nakashe & Toledano, lo sguardo è impietoso e affettuoso allo stesso tempo. Nessuno si salva nel racconto dai tratti farseschi, pure grotteschi, in un’arguta ripartizione di torti, meschinità, banalità e buone cause. Va a finire che entrambi, con i nomi di battaglia Pulcino e Lexotan, si innamorino di Cactus, cioè Valentine, la bella e vigorosa leader del gruppo di protesta.
A mo’ di tormentone ironico, echeggia il monito: “È una cosa di cui ho realmente bisogno?”. Lo ripete ai suoi “pazienti” Henri, che gestisce un’associazione in difesa degli indebitati cronici, ma anche lui, scopriremo strada facendo, non è indenne dalle tentazioni…
Lungo due ore, forse un po’ troppo e talvolta poco calibrato nei toni, “Un anno difficile ha i tratti della storia corale, anche se l’occhio dei registi sta addosso ai tre protagonisti, con ruvida ironia, resocontando camuffamenti maldestri e ridicoli estremismi. Una coloritura romantica e irreale, al suono di “La valse à milles temps” di Jacques Brel, sigla la conclusione gentile della storia, forse con un vago riferimento al lockdown. Ma davvero, chiedo ai due registi forse d’accordo con me, ci piacerebbe vivere in un mondo così punitivo e quaresimale, dove ogni umana svogliatura viene repressa in nome della decrescita “felice”?
Pio Marmaï, Jonathan Cohen e Noémie Merlant sono rispettivamente Pulcino, Lexotan e Cactus, tutti e tre benissimo intonati, specie nella versione originale in francese, al clima generale del film, per i miei gusti punteggiato da troppe canzoni in inglese (da “Little Wing” di Hendrix a “This Is The End” dei Doors). Poi c’è Mathieu Amalric, che tratteggia con finezza il suo Henri, facendo dimenticare la poco memorabile prova fornita nel film “Il sol dell’avvenire”.
Michele Anselmi