La Festa di Michele Anselmi
Confesso di non essere riuscito a vedere fino alla fine “Die My Love”, il film della regista scozzese Lynne Ramsay passato oggi alla Festa di Roma dopo l’anteprima mondiale in concorso a Cannes 2025, e nelle sale dal 27 novembre con Mubi. Una tensione crescente, mista a un senso di turbamento e disagio, pure di tedio, mi ha via via respinto, ma forse è anche una questione di età: probabilmente non mi va più di “soffrire” al cinema.
Tuttavia non mi sfugge che questo psicodramma rurale, prodotto da Martin Scorsese, tratto liberamente da un romanzo della scrittrice argentina Ariana Harwicz e interpretato da due attori assai interessanti, la 35enne Jennifer Lawrence e il 39enne Robert Pattinson, non fa sconti; proponendosi, leggo e confermo, «come un viaggio in un incubo perpetuo, una lunga soggettiva, dove ricordi, desideri inappagati, incidenti momentanei, persone vere o immaginate si sovrappongono e si mescolano senza soluzione di continuità, sul volto e nel corpo spudorato della protagonista».
Appunto Jennifer Lawrence, attrice versatile e audace, ormai una star a Hollywood, ma capace di scelte non convenzionali, di mettersi in gioco anche fisicamente mostrandosi nuda (altro che le attrici italiane sempre vestite nelle scene di sesso), forse portando qualcosa di sé, madre due volte, nel personaggio di Grace.
Lei è il marito Jackson sono giovani, belli e ribelli, fanno l’amore a ogni ora del giorno e ballano freneticamente. Da New York arrivano nell’isolato Montana, dove hanno ereditato un’ampia casa di legno in mezzo al nulla o quasi. Sembra una buona idea andare a vivere lì, e presto la casa, disabitata da qualche tempo, risorge e diventa il nido della coppia.
Grace resta quasi subito incinta, partorisce e a quel punto, come per molte donne, si concretizza una micidiale depressione post-partum. Una furia distruttrice e autodistruttrice s’impadronisce della donna: incapace di scrivere il suo romanzo, dedita a masturbarsi continuamente da quando il marito, sempre fuori per lavoro, non la tocca più, avviata sul piano inclinato di una maternità mal vissuta, tale da scatenare gli istinti peggiori (non verso il piccolo, però), anche un odio generalizzato pronto ad esplodere con l’aiuto di un fucile appartenuto allo zio di Jackson, il quale peraltro s’era ucciso sparandosi nell’ano.
L’andirivieni temporale, tra flashback, inserti, visioni, dettagli minacciosi, serve alla regista per definire via via il formarsi e il degradarsi di quella famigliola devastata da un disamore che cresce e tutto corrompe, con il rischio di accendere incendi metaforici e reali.
Il tutto dura quasi due ore, e certo Jennifer Lawrence s’impadronisce sin dalla prima lunga sequenza, a cinepresa fissa, con i due protagonisti che entrano, escono e rientrano nell’inquadratura. “Die My Love”, in fondo, è un lungo racconto costruito addosso dell’attrice: al suo corpo bello e imperfetto, al suo viso paffuto e inquietante, al suo muoversi ferino e rabbioso. Grace gira sempre vestita di niente (pantaloncini di jeans, sandali tedeschi, reggiseni per chi deve allattare…), come se quella casa in mezzo al Montana fosse diventata una prigione, a suo modo anche una condizione psicotica dalla quale provare a evadere. Del resto quando le chiedono come va la scrittura del nuovo libro, lei risponde beffarda: «La protagonista sta per pestare a morte suo marito con un martello».
La formula narrativa è paratattica e ripetitiva, il che rende il film piuttosto ostico, insomma temi che stia sempre per accadere qualcosa di terribile e atroce, come in un horror; ma vedo che “Die My Love” ha i suoi estimatori proprio in virtù dello stile poco incline a rassicurare gli animi sugli eventi in corso, eccentrico nello sguardo sui personaggi, a partire dai genitori di Jackson, incarnati dai vecchi Nick Nolte e Sissy Spacek in partecipazione speciale.
Lawrence e Pattinson duettano sullo schermo in una chiave di crescente crisi di nervi, fino ad odiarsi dopo essersi tanto amati; e forse non è un caso che, in una bella sequenza in auto, i due ascoltino, cantandoci sopra, una tenera e giocosa ballata d’amore di John Prine e Iris DeMent intitolata “In Spite of Ourselves”, ovvero “a dispetto di noi stessi”.
Michele Anselmi