La Mostra di Michele Anselmi | 19
A occhio sarà difficile, per la giuria pilotata dall’americano Alexander Payne, non conferire il Leone d’oro, sabato prossimo, a “The Voice of Hind Rajab”, il film della 48enne regista tunisina Kaouther Ben Hamia che oggi ha fulminato, commosso e sdegnato l’intera Mostra del cinema. Non si tratta di Buona Causa, di ricatto sentimentale, di premio scontato; no, il film è proprio bello, per ciò che dice e per come lo dice. E mi pare molto più utile alla causa di Gaza, la striscia ormai ridotta a un cumulo di macerie e tombe per mano israeliana, degli appelli, delle petizioni, delle richieste di boicottaggio, delle raccolte di firme e dei cortei promossi dal collettivo Venice4Palestine.
Chi è Hind Rajab? Una bambina palestinese di cinque anni. Il 29 gennaio del 2024 la sua flebile e spaventata voce arriva per telefono da un quartiere di Gaza al centralino d’emergenza della Mezzaluna Rossa, a Ramallah. Chiusa in un’auto bersagliata da 335 proiettili (lo sapremo dopo), Hind è viva per miracolo: in sei sono morti accanto a lei, lo zio, la zia e i loro quattro figli, ma qualcosa forse è possibile fare per salvarla. Benché un tank israeliano s’aggiri nei paraggi, pronto a colpire non si capisce perché.
Il film, neanche 90 minuti, una mosca bianca in questa Mostra all’insegna della cine-logorrea, è un pugno nello stomaco, ma anche un meditato esercizio di stile. Accanto a me una giornalista messicana s’è messa a piangere, quasi non riuscisse a contenere la tensione nervosa, e tuttavia “The Voice of Hind Rajab” non gioca facile con le emozioni: tutto è ricostruito con assoluta precisione e realismo, usando le vere registrazioni telefoniche e i rumori assordanti degli spari, con la cinepresa che non si muove mai dalla stanza nella quale si danno da fare, in una sorta di psicodramma nervoso, i quattro personaggi principali, due donne e due uomini della Mezzaluna rossa.
Direi che il vero tema del film sia l’impotenza di questi funzionari palestinesi. La bambina nascosta tra i cadaveri parla, racconta, piange, grida «Vienimi a prendere», a tutti gli effetti non può essere considerata un obiettivo militare; eppure Mahdi, il capo del gruppo, sa che non può spedire un’autoambulanza a prendere Hind in quella rotatoria: deve contattare la Croce Rossa, che contatta un apposito organismo israeliano, il quale contatta l’esercito sul campo. Risultato? Faticosamente arriva il via libera sul far della sera, ma l’ambulanza 101, infine a un passo dalla bambina ormai esausta, sarà centrata in pieno da una cannonata israeliana. Sui titoli di coda si vedono i resti dei due mezzi: l’auto crivellata e l’ambulanza distrutta.
Spiega la regista: «La violenza rimane fuori campo. Una scelta deliberata, la mia. Le immagini atroci della guerra sono ovunque. Volevo concentrarmi sull’invisibile: l’attesa, la paura, il suono insopportabile del silenzio quando l’aiuto non arriva, usando la vera registrazione audio della voce della bambina». Proprio così, e non solo per una questione di budget. Il film, battente bandiera francese, coprodotto in misura minore da Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Rooney Mara, arriverà nelle nostre sale con I Wonder Pictures, e mi auguro che sia un successo, perché davvero questa storia non riguarda solo la strage di Gaza ma parla di un dolore universale.
Michele Anselmi