L’angolo di Michele Anselmi

«Questo è il racconto di come tutto cominciò» avverte un cartello sui titoli di testa della miniserie in 4 puntate “Il Mostro”, ora su Netflix. Si parla, come saprete, dei delitti atroci, con mutilazioni varie, avvenuti nei dintorni di Firenze tra il 1968 e il 1985, ai danni di otto coppiette che si erano appartate per fare l’amore. La firma Stefano Sollima, uno del ramo, insieme a Leonardo Fasoli che ha collaborato alla sceneggiatura.
Ho visto tutti e quattro gli episodi e mi sono chiesto, innanzitutto, perché la Mostra del cinema di Venezia l’abbia voluto presentare per intero, due mesi fa: una cortesia a Netflix? Davvero, a mio sommesso parere, “Il Mostro” non aveva proprio i requisiti per entrare in quel consesso. E davvero fatico a riconoscere la mano di Sollima, uno che ha lavorato anche a Hollywood realizzando film d’azione di forte impatto spettacolare, in questa miniserie che prova a ricostruire, partendo da documenti e atti processuali, la cupa origine di quegli omicidi rimasti in buona misura impuniti.
Il presunto assassino seriale Pietro Pacciani, il contadino “scarpe grosse e cervello fine”, appare solo nel finale, visto da lontano, per dieci secondi, tirato in ballo come sospetto da una lettera anonima; infatti agli autori interessa il prima, sostanzialmente la “pista sarda” che coinvolse direttamente almeno quattro uomini arrivati in Toscana dall’isola. Ovvero i fratelli Stefano e Giovanni Mele, i fratelli Francesco Vinci e Salvatore Vinci. Tutti e quattro sospettati di aver ucciso, usando la famosa Beretta calibro 22 comperata anni prima a Villacidro, appunto in Sardegna.
Senza mostrare mai il volto del killer in azione, Sollima va avanti e indietro nel tempo, partendo addirittura dal 1958, in modo da mostrare antefatti, perversioni, depistaggi, imposture, tornando spesso al primo duplice omicidio del 1968, nel quale fu ammazzata la disinvolta Barbara Locci e il suo amante Antonio Lo Bianco: e ogni volta è uno dei quattro sardi di cui sopra a sparare. Perché? La signora Locci, moglie infelice di Stefano Mele, in passato non aveva disdegnato di tradire il marito con i due Vinci, suscitando la rabbia rusticana di tutta la famiglia Mele.
Il problema con “Il mostro” è lo stile adottato. Il regista immerge il tutto in una sorta di rappresentazione vintage su tinte giallognole (la fotografia è di Paolo Carnera): interni scrostati e miseri ricostruiti in studio, il via vai insistito delle macchine d’epoca per dare l’idea dell’epoca, un camioncino della Democrazia cristiana che passa e ripassa facendo propaganda, abiti dimessi e corpi un po’ sfatti, l’uso spropositato dei droni notturni, un senso generale di squallore, un’omosessualità latente che sfiora due dei personaggi centrali, il tutto tra mutande allentate, abiti dimessi e amplessi tristissimi (non quelli dei giovani orrendamente uccisi mentre facevano l’amore).
A tratti “Il Mostro” sembra una soap tendente al kitsch e intrisa di morbosità, perlopiù una storia familiare di lussuria, patriarcato e vendetta, con i delitti che restano sullo sfondo insieme alle indagini incespicanti della magistratura, mentre tutti vogliono ad ogni costo un colpevole.
Se è apprezzabile l’idea di prendere attori poco noti al grande pubblico, forse per scansare il già visto, meno convincente è il risultato generale sul piano della recitazione: tutto è troppo sottolineato, urlato, sfocato, posticcio, forse pure a causa delle numerose parrucche usate per rendere il passare degli anni e delle mode. Ben altra forza espressiva possedeva “Amitrana – Qui non è Hollywood” di Pippo Mezzapesa sulla morte di Sarah Scazzi.
A un certo punto sentiamo recitare da una vittima, un giovane gay tedesco che sarà di lì a poco freddato dal “mostro”, il celebre monologo di Roy Batty in “Blade Runner”; e in un’altra puntata echeggiano le note di “A Perfect Day” di Lou Reed. Quasi a dirci che in questa storiaccia di omicidi seriali, orribilmente rituali nei confronti delle donne, si mischiano gli echi internazionali della modernità e i retaggi di un’antica tradizione pastorale.
Di sicuro, a differenza di quanto accade in “La vita va così” di Riccardo Milani ora nelle sale, con “Il mostro” i sardi non fanno proprio una bella figura. Chissà se qualcuno sull’isola s’arrabbierà.

Michele Anselmi
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Qui sotto attori e personaggi della miniserie.
• Marco Bullitta: Stefano Mele
• Valentino Mannias: Salvatore Vinci
• Francesca Olia: Barbara Locci
• Liliana Bottone: Silvia Della Monica
• Sergio Albelli: Piero Luigi Vigna
• Giacomo Fadda: Francesco Vinci
• Antonio Tintis: Giovanni Mele
• Claudio Vasile: Antonio Lo Bianco