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Per comprendere appieno Who by Fire di Matti Friedman bisognerebbe prima leggere Spies of No Country, un libro antecedente dell’autore sulla nascita del Mossad. Spies of No Country ripercorre le origini dello spionaggio israeliano fin dai tempi in cui ancora non esisteva una distinzione netta tra sicurezza interna e attività all’estero. Il libro ritrae l’intelligence militare come il teatro segreto della società e i suoi adepti nei panni di attori di talento costretti a recitare la loro parte 24 ore al giorno, un ruolo estenuante che ha come scotto da pagare uno stato di tensione mentale costante. Gli agenti segreti vengono rappresentati come eroi dimenticati che determinano il risultato di un conflitto per mezzo di sotterfugi in campo nemico.
Nel suo lavoro successivo, Who by Fire, Matti Friedman si mette sulle tracce di Leonard Cohen nel Sinai, durante la guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973. Poco tempo prima Cohen si era esibito in un bagno di folla di fronte a mezzo milione di spettatori al festival dell’isola di Wight. Ora invece provava a calarsi in un conflitto armato israeliano contro i confinanti arabi. Cosa era venuto a fare? Stava forse cercando di redimersi da quella che più tardi definì “la vita fumosa” praticata un po’ ovunque nel mondo dello spettacolo? Friedman sostiene che Leonard Cohen non voleva essere confuso con John Lennon. Non aveva nel suo repertorio canzoni come “Give Peace a Chance” e “Imagine” in cui la gente vive senza nazioni né religioni. Le sue erano parole appartenenti a un altro tipo di frequenza, in cerca di una spiegazione diversa. Quando si palesa il fatidico momento in cui Dio vuole testare gli esseri umani, essi che cosa sceglieranno: la guerra o l’amore? Forse per Cohen entrambe le risposte erano accettabili, a seconda delle circostanze. Non va dimenticata una certa sua predilezione per le armi da fuoco, testimoniata dai frequenti accenni all’attrazione che esse esercitano nel corso della sua lunga carriera.
La spontanea decisione di Leonard Cohen di aggregarsi ai propri correligionari d’Israele non ha nulla a che fare con i tour del 1968 di James Brown e del 1969 di Johnny Cash che erano finalizzati a risollevare il morale delle truppe statunitensi impegnate nella guerra in Vietnam. Sia Brown che Cash fecero quel che era loro compito fare senza il minimo entusiasmo. Entrambi odiarono la guerra. Cohen invece ne uscì rinvigorito. Trovò persino l’ispirazione per scrivere nuovi pezzi come “Lover Lover Lover” e “Who by Fire”. La guerra aveva liberato qualcosa dentro di lui permettendogli di tornare a comporre. Nella zona di combattimento, in compagnia di soldati che nel deserto affrontavano la morte, scoprì che nonostante gli slogan dei pacifisti la guerra è bella (anche se fa male). Si sentiva attratto dall’elemento di violenza. “È uno di quei rari momenti in cui la gente dà il meglio di sé,” disse in un’intervista del settembre 1974. Fino all’ultima pagina di Who by Fire Matti Friedman è restio nel chiarire se, a suo parere, Leonard Cohen si fosse schierato solo dalla parte degli israeliani. O stava cantando per i combattenti di entrambe le parti, sia per gli israeliani che per gli arabi? Ecco un estratto dal diario del poeta:
Atterra un elicottero. Nel forte vento i soldati accorrono per il lavoro di scarico. È pieno di uomini feriti. Vedo le loro bende e mi trattengo dal piangere. Sono giovani ebrei in punto di morte. Poi qualcuno mi dice che sono feriti egiziani. Il mio sollievo mi sorprende. Odio questo. Odio il mio sollievo. Questo non può essere perdonato. Questo è sangue sulle tue mani.
Nell’Arte della Guerra di Sun Tzu, lettura obbligatoria per ogni cadetto militare degno di questo nome, le spie vengono suddivise in cinque classi: locale, interna, convertita, spacciata e superstite. Un generale che non si serve di agenti segreti opportunamente reclutati e indottrinati non sarà mai un artefice della vittoria. Negli insegnamenti di Sun Tzu la quinta classe di spie della sua lista, le spie “superstiti”, sono quelle adibite a riportare notizie dal campo nemico. In tutto l’esercito nessuno merita una ricompensa superiore alla loro. Benché di aspetto esteriore volutamente trasandato, sottoposta a ignominia e vituperi e oggetto di scherno, la spia superstite è dotata invece di raro intelletto e ha una forza di volontà inossidabile. Il comandante illuminato deve adottare gli stessi stratagemmi della spia superstite. Quando c’è la possibilità di attaccare finge di non averne la forza; nell’utilizzo della forza appare inattivo; dà l’impressione di essere lontano quand’è nelle vicinanze e viceversa. È maestro nell’adescare, nel dare una parvenza di disordine fingendosi debole o sottomesso, nel praticare la dissimulazione e soprattutto non mostra mai il proprio vero volto. Ma non appena si manifesta il momento opportuno per assicurarsi la vittoria, allora sì che sferra il colpo letale senza alcuna pietà.
Nello scrivere The Man Who Saw the Angles Fall Cristophe Lebold ha ammesso che un biografo nulla può contro l’arte del mascheramento di Leonard Cohen. Gli artisti sanno che una maschera è talvolta uno strumento necessario per poter raccontare la verità ed essere veramente sé stessi. Leonard tuttavia si è spinto ben oltre. Roshi, il suo maestro Zen nel monastero di Mount Baldy, una volta pose il seguente quesito al suo discepolo: “Un Leonard Cohen è venuto a Mount Baldy; l’altro è rimasto a Los Angeles. Qual è quello vero?” Nella biografia Lebold sembra quasi implicare che il doppio sia più reale dell’uomo in carne ed ossa, come se la vita di Leonard Cohen fosse stata vissuta per procura da un suo sosia.
Cohen ha spesso paragonato i suoi concerti a campagne militari. Si è divertito a presentare sé stesso come una spia infiltrata, sia nei panni di un nemico di tutto ciò che è bello mascheratosi da Casanova, sia di un antirivoluzionario camuffato da icona della controcultura o di cittadino in abiti civili travestito da comandante di campo o da terrorista in esilio come nel video del 1988 “First We Take Manhattan”. Chi si nasconde dietro la maschera, Leonard Cohen o il suo alter ego? Le intuizioni di Lebold si fanno via via più interessanti negli ultimi capitoli di The Man Who Saw the Angels Fall man mano che esplora You Want It Darker, l’album di commiato di Leonard. L’artista non crede più nei propri alibi volti a nascondere presunti misfatti appartenenti al passato. Ritiene di essere pronto per un’”invincibile sconfitta”, la meta ultima di un’intera carriera votata a una severa disciplina. L’uomo che canta in You Want It Darker lo si può intendere sia come un generale sul sentiero di guerra che come l’agente in sonno di un gruppo clandestino pronto a sovvertire lo status quo. Questo è un uomo che nessuno è mai riuscito a catturare. Vive in mezzo a noi, sotto copertura, ma non ce ne accorgiamo. È in missione per conto di Dio.
You Want It Darker va pertanto apprezzato per le sue connotazioni noir, come se fosse un film di gangster sceneggiato da un Dio misterioso che per divertirsi ha bisogno di spie e massacri. Le ultime canzoni di Leonard non sono liberatorie e non contengono un messaggio di redenzione. Tutt’altro. Esprimono piuttosto l’accettazione delle regole imposte dal potere divino. Dio ha un debole per “il sacro gioco del poker”, per i capricci del destino. “La preghiera è un atto sovversivo”, chiosa Cristophe Lebold. “Con la preghiera possiamo rivolgerci al nostro Creatore come meglio vogliamo. Come un figlio al padre, un peccatore al suo salvatore o un mafioso al suo padrino”. Vale a dire che possiamo sì gestire con una certa libertà le nostre vite purché non si dimentichi mai chi è il vero padrone e si rispettino le sue regole imperscrutabili.
Le canzoni di Leonard Cohen sono un invito a non cadere nella trappola del secolarismo che lui definisce come “la spiegazione del codardo”. Esse esprimono l’attesa di una venuta ultraterrena, di un miracolo. Nella sua vita segreta da doppio agente potrebbe comunque aver esagerato lasciandosi fuorviare da falsi messia. Io personalmente ho sempre diffidato delle sue infatuazioni per Scientology e per il sabbatianismo.
Marco Zoppas