La Festa di Michele Anselmi

Interessante, a farci caso, questo revival del Pci al cinema, in bilico tra nostalgia e rivalutazione. Cominciò nel 2022 con “I pionieri” di Luca Scivoletto, ma nessuno se ne accorse; seguì l’irrisolto ma volenteroso “Quando” di Walter Veltroni; poi è stata la volta, con ben altro seguito commerciale e politico, di “Il sol dell’avvenire” di Nanni Moretti; adesso, alla Festa del cinema in corso, è stato prima il turno di “Berlinguer – La grande ambizione” di Andrea Segre e oggi pomeriggio di “Il treno dei bambini” di Cristina Comencini (da domani, lunedì 21, in selezionate sale italiane, dal 4 dicembre su Netflix).
I giornali di destra ironizzano e scherniscono, senza provare a capire neanche un po’; eppure – non sto parlando di quei penosi reazionari alla Marco Rizzo, sedicenti eredi della tradizione comunista – tra quelli della mia generazione si respira un’aria di riscoperta, forse più sentimentale che politica, legata agli anni giovanili, all’ambizione che quel partito, con tutti i suoi difetti e ritardi, incarnasse un’idea diversa di società, anzi di comunità. Non era vero, probabilmente, ma questo mi pare di respirare. Vedremo come sarà preso, dal pubblico pagante, il film di Segre.
Anche Cristina Comencini meditò a lungo di girare un film sul travaglio del Pci partendo dal suo romanzo “L’illusione del bene”, poi non se ne fece nulla. A cinque anni da “Tornare”, la scrittrice/regista ha scelto invece di tradurre in immagini un libro di Viola Ardone, “Il treno dei bambini” (Einaudi Stile Libero), baciato da enorme successo: 200 mila copie vendute, traduzione in 35 lingue, eccetera.
La storia è abbastanza nota: nel secondo Dopoguerra oltre 70 mila bambini meridionali, spesso malnutriti, orfani e senza istruzione, furono accolti da famiglie comuniste del Centro-Nord. Non adottati, s’intende, ma aiutati a superare quei momenti terribili della ricostruzione. Erano i cosiddetti “treni della felicità”, organizzati appunto dal Partito comunista: da qui il titolo del romanzo e del film.
Uno di questi bambini, Amerigo Speranza, ha otto anni quando parte da Napoli per le campagne modenesi: il padre scomparso nel nulla, forse emigrato negli Stati Uniti, la madre Antonietta costretta ad arrangiarsi con la borsa nera e a coricarsi con un malavitoso sposato per tirare su qualche soldo. Ma il film la prende alla lontana: si comincia infatti dal 1994, quando un violinista stimato, chiamato “maestro”, un attimo prima di salire sul palco riceve una telefonata da sua madre. All’assistente che lo vede turbato e gli chiede come stia, risponde: “È morta mia madre”. Evidentemente ce n’erano due…
Insomma, avete capito. Parte il flashback tra le bombe su Napoli del 1944 e subito si passa al 1946. Scalzo, smunto e affamato, con indosso una canottiera lurida e lacera, Amerigo s’avvia in treno con due amichetti alla volta dell’Emilia Romagna. Gli hanno detto che i comunisti mangiano i bambini o li cuociono nel forno, ma intanto l’hanno rivestito per il viaggio, con tanto di baschetto, e a Modena finisce con Derna, una contadina, già partigiana, che vive nel ricordo del compagno ucciso dai nazisti.
Il film racconta lo spaesamento del piccoletto, ma anche la scoperta di un mondo solidale, armonioso, dove abbonda la mortadella e si va a scuola, senza turpitudini e con le scarpe: tra radici recise e nuova serenità. Lì il falegname/liutaio gli regala un violino, cogliendo in lui un’attitudine musicale impensata; e quando, passato un inverno, Amerigo dovrà tornerà alla vecchia vita napoletana con mamma Antonietta, be’ non sarà facile riadattarsi, accettare di fare il ciabattino per pochi spiccioli.
Inutile dire che la storia è intensa e commovente, bella e straziante, perché custodisce anche un dilemma morale: la mamma naturale saprà lasciare ad Amerigo la libertà di decidere con chi e dove crescere?
Il problema, a mio parere, sta nello stile adottato da Comencini. Spira infatti un’aria da fiction Rai, benché il produttore Carlo Degli Esposti abbia realizzato il film per Netflix. Non parlo tanto della confezione: la fotografia di Italo Petriccione è funzionale, la musica di Nicola Piovani è come al solito estenuante, bensì della drammaturgia, o meglio di un certo schematismo nel descrivere i due diversi e opposti contesti, anche se certo lo sguardo è quello dei bambini. Da un lato la ferocia plebea di Napoli, dall’altro la solidarietà sorridente del Modenese: in mezzo Amerigo.
Immagino che Comencini abbia voluto un po’ addolcire, in chiave “pop”, la dura materia storica, con una punta di melodramma temperato, secondo il copione scritto a otto mani insieme a Giulia Calenda, Furio Andreotti e Camille Dugay. Ma talvolta il film esagera, le bandiere rosse e le feste dell’Unità suonano un po’ fasulle, solo scenografia.
Però il piccolo Amerigo trova in Christian Cervone un interprete spigliato, che fa tenerezza, anche per la magrezza impressionante, e regge bene il primo piano; quanto al resto del cast, s’intonano al clima generale Barbara Ronchi, Serena Rossi, Antonia Truppo e Stefano Accorsi, rispettivamente nei ruoli di Derna, Antonietta, la militante comunista napoletana e Amerigo da grande.

Michele Anselmi