Lanthimos ritorna sul grande schermo con una delle sue più chiacchierate opere, “Kind of Kindness”. Un film audace, dove il regista greco esplora dinamiche di potere e di controllo, scomponendo la narrazione in tre atti. Ognuno di essi offre una lente critica attraverso cui osservare i meccanismi che governano la nostra vita quotidiana: il lavoro, le relazioni sentimentali e le strutture sociali o religiose.

La prima storia, intitolata “La morte di R.M.F.”, si concentra su un inquietante rapporto lavorativo tra Robert e il suo capo, Raymond. Quest’ultimo esercita un controllo tirannico su Robert, imponendo una serie di richieste assurde, ma che riflettono situazioni realistiche. Dal modo di vestire ai comportamenti sociali, Raymond pretende un’adesione totale alle sue preferenze, mettendo in luce le derive autoritarie presenti in molti contesti lavorativi. La seconda narrazione, “R.M.F. vola”, sposta invece l’attenzione sulle dinamiche di coppia. Daniel, ossessionato dall’idea che la moglie Liz sia un’impostora, la sottopone a torture psicologiche e fisiche nel tentativo di smascherare la sua farsa. Questo porta a una riflessione profonda sulle manie di controllo e sui disturbi paranoidi nelle relazioni intime.
Infine, “R.M.F. mangia un sandwich” affronta il tema del controllo esercitato dalle associazioni religiose. Emily e Andrew, devoti a un ambiguo culto guidato da Omi e Aka, mostrano come le credenze e le strutture sociali possano influenzare profondamente le nostre scelte e libertà personali.

La struttura divisa in tre atti permette di rappresentare al meglio un dualismo caratteristico dell’essere umano. Gli attori interpretano ruoli molto diversi tra loro in base al tipo di narrazione in cui si trovano, sottolineando come nella vita tutti possano essere sia vittime che carnefici. Si tratta di un concetto che prende forma tramite i personaggi interpretati da Jesse Plemons: se nel primo atto è vittima dei maltrattamenti del suo capo, nel secondo atto invece esercita una forte violenza psicologica sulla moglie. Come in “Povere creature!”, Lanthimos attribuisce la maggior parte degli atteggiamenti condannabili agli uomini, mentre i personaggi femminili restano caratterizzati da una spinta verso il cambiamento, spesso frenata dalle persone che le circondano, una tematica che prende origine dal cinema tragico.

Anche qui, come in altre opere del regista, è inoltre possibile notare come una parte significativa del racconto si sviluppi attraverso il corpo dei personaggi, sottolineando come le pratiche oppressive di controllo logorino il fisico ancor prima della mente. La centralità del corpo è continuamente enfatizzata attraverso riferimenti al cibo e al sesso, ma anche tramite cruente scene di mutilazione e violenza, mostrando così la vulnerabilità e la mortalità dell’essere umano.

“Kind of Kindness” probabilmente rappresenta una delle opere più coerenti di Lanthimos, che maggiormente rispecchia i suoi ideali e il suo stile. Tuttavia, è un film scomposto e difficile da comprendere. Da un lato, la narrazione scorre molto lentamente, rischiando di annoiare chi non è un amante del genere. Dall’altro, il grottesco e una forte dimensione onirica prendono il sopravvento, rendendo l’opera alquanto disturbante. Lanthimos ha deciso di ritornare alle origini, esplorando il lato più oscuro dell’essere umano con cinismo e provocazione. Forse ha scelto di giocare con critici e spettatori per distaccarsi dalla stima di Hollywood, che lo costringe a essere una versione più presentabile del suo vero io. “Kind of Kindness” non è un film per le masse, anche se a tratti sorge il dubbio che non sia adatto nemmeno come film di nicchia.

Francesca Ganzinelli