L’angolo di Michele Anselmi

Absit iniuria verbis, come s’usa dire: la puntata conclusiva di “Supersex”, miniserie di Netflix su Rocco Siffredi, s’intitola “Ultimo viene il cazzo”, e direi che gli autori non si siano autocensurati. Su gentile invito di Matteo Rovere, coproduttore e regista di tre dei sette episodi, ho accelerato la visione, assecondando un curioso stato d’animo, del resto già espresso in due interventi qui su Facebook. Da un lato mi son chiesto se le “gesta” di Rocco Siffredi, al secolo Rocco Tano, 59 anni, da Ortona, Abruzzo, valessero questa ricostruzione così ampia, sontuosa e dettagliata, all’insegna di un titanico psicologismo corporale; dall’altro ho apprezzato alcune modalità del cine-racconto, soprattutto una certa audacia visiva, per nulla bacchettona, nel ritrarre le situazioni sessuali, anche parossistiche, in linea con le esibizioni del noto attore, produttore e regista.
Il racconto copre quarant’anni, dal 1964 al 2004, anche se si parte dalla fine, una fiera parigina dell’hard, e lì più o meno si ritorna con deviazioni varie. Come ho già scritto, Alessandro Borghi ha preso molto sul serio la prova, con piglio all’americana, immedesimandosi totalmente nel pornodivo nato povero e diventato una celebrità, oltre il porno, in chiave pop, oggi da gag familiare (“Compagnia sbagliata?”). Di Siffredi ha restituito la voce educata alle lingue, le mosse ribalde ed eccessive, le risate smodate a denti bianchissimi, la “dotazione” fisica personale, il furore animalesco nell’accoppiarsi, come se un “super-potere” guidasse il suo agire, diciamo, carismatico.
Non sarò così ipocrita da negare di aver visto Siffredi all’opera in qualche suo filmetto: in effetti è stato una forza della natura, anche un teorico del sesso olimpionico, senza amore ma con dedizione. Il progressista quotidiano “Libération”, nel lontano 1999, lo ribattezzò con arguto gioco di parole “La bite humaine”, invece di “La bête humaine”, e “bite” in francese indica proprio l’attrezzo maschile; del resto fu Parigi a fargli fare i primi passi nel mondo del cinema che un tempo si chiamava “a luci rosse”, grazie all’attenzione del mentore Gabriel Pontello.
La sceneggiatura di “Supersex” è firmata da una donna, Francesca Manieri: un dettaglio non di poco conto, perché qualcosa, o forse molto, di quello sguardo femminile penetra nel cine-racconto, rendendolo così ossessivo e amorale, oltraggiosamente fisiologico, ma non direi “porno-chic”, come ho letto. Purtroppo il condimento da romanzo criminale, coi personaggi del balordo fratellastro Tommaso e della sciroccata moglie Lucia, è un di più che alla lunga appesantisce l’intera faccenda, distraendo sia i registi sia gli spettatori.
“Io e lui” recita il titolo di un tardo romanzo di Alberto Moravia, poi diventato anche un mediocre film: e avrete capito chi, anzi cosa, fosse il lui in questione, l’organo sessuale che pilota la vita del protagonista, a tratti contro la sua stessa volontà. Per Siffredi, che non è un intellettuale preso da dilemmi artistici, le cose sono andate in maniera diversa: la sua fortuna professionale discende da quell’arnese svettante e inesausto che il giovane ortonese riuscì a trasformare, appunto, in una sorta di “totem”: un marchio di fabbrica subito riconoscibile, un monumento fallocratico venato di mitomania.
Tutto questo, comunque si giudichi il risultato estetico della miniserie (le cadute di stile non mancano, specie sul fronte di una certa sentenziosità ridicola, da “fiction” tra scandalosa e kitsch), “Supersex” lo spiega abbastanza bene: il problema, a mio parere, sta nel rendere altamente tragico un personaggio che forse tale non è.

Michele Anselmi