“Venezia, 1751: un misterioso sarcofago semina incubi nella Laguna, vele insanguinate infestano le torbide acque del Canal Grande”. Siamo certi che siano sufficienti queste poche parole per accendere l’interesse di ogni vampirologo che si rispetti e farlo correre in libreria ad accaparrarsi una copia di “Jan Blazek. Il bacio del cacciatore di vampiri” di Antilia de Caston Motte (Edizioni Hypnos, 2025, 124 pp.). Ne abbiamo parlato con il curatore Franco Pezzini…

“Jan Blazek. Il bacio del cacciatore di vampiri” mette insieme, come ogni racconto postmoderno che si rispetti, letteratura e cinema, fumetto e televisione, nel segno di una orizzonte che vede nel divertimento (colto e mai pesante) il suo primo fine. Già il gioco della curatela di un testo “ritrovato” la dice lunga… Possiamo parlare di questo spirito che sottende il tutto?
Franco Pezzini: Anzitutto grazie. Mah, tutto è partito come un divertissement: l’idea è stata proprio, fin dall’inizio, di giocare con materiali vari (narrativa, schermi…), frullando insieme il tutto. Tanto vari da farmi poi attingere anche a testi di post di Facebook, messaggi pervenutimi, suggestioni assortite: al punto da dover ammettere che molto della trama viene da altri. In questo senso dichiararmi curatore non è solo un gioco o una prova di modestia, ma l’ammissione di un preciso limite a un ruolo autorale. I pastiche mi hanno sempre divertito, ma in questo caso non si tratta del classico pastiche fitto di personaggi famosi alla “The League of Extraordinary Gentlemen”: ci sono (e ci saranno nelle prossime puntate) figure storiche o letterarie, ma solo di contorno. Emergono in compenso i profili di alcuni amici e conoscenti (ma la Simone delle storie – tengo a precisare – non incarna la mia socia e a volte coautrice Chiara Meistro, e il nome echeggia quello della contessa de La Motte dello scandalo della collana 1785), necessariamente camuffati: un gioco che mi è sempre piaciuto. Da bambino, alla TV dei ragazzi, seguivo avidamente “Centostorie”, che offriva narrazioni in costume più o meno teatrali, come le avventure di Thyl Ulenspiegel interpretato da Paolo Poli… e ancor oggi adoro le storie in costume.

Poi sì, in questo caso punto a un divertimento del lettore nel ventre della cultura pop, anche se tentando di costruire le storie con spunti più o meno colti… come, in questo caso, la leggenda farlocca, girata in certi sottomondi esoterici francesi, su un vampirismo associato al “Libro di Abramelin” e al presunto culto del Dragone delle acque nella Laguna veneta. Ma visto che adoro i film di cappa e spada, le storie d’avventura ambientate in quel Settecento in cui Voltaire diceva “Non si sente parlare che di vampiri”, e un po’ tutta quell’ambientazione (panciotti, camicie con jabot, tricorni, stivaloni, maschere, partite a faraone…) più o meno pervasa di sensualità libertina, ecco che si aprivano possibilità interessanti. Anzitutto per me e per i lettori amici con cui ho inizialmente condiviso queste storie, ricevendo consigli sul dialetto veneziano e intercettazioni di refusi, nonché – qualche volta – consigli di inserimento di singole scene.

Prima di arrivare alla postfazione (si può leggere qui) che svela il meccanismo dell’operazione, il lettore ha già visto nell’inquisitore Aldo Plesenzio il volto del divino Donald Pleasence e non può non avere immaginato Palazzo Canins diverso da quello di “Nosferatu a Venezia”… In questo senso, siamo alle prese con una racconto così referenziato dal punto di vista dell’immaginario da mutarsi quasi naturalmente in uno di quei film magnifici e impossibili in cui trovano spazio tutte le nostre passioni con i volti e le atmosfere giuste…
F.P.: Hai colto totalmente lo spirito, i film impossibili – perché modificati rispetto a esiti insoddisfacenti o sognati per anni e realizzati solo negli studios di me stesso, come certi titoli dell’unfilmed Hammer – sono un bacino d’ispirazione infinito. Devo dire che ho trovato nell’editore, Andrea Vaccaro, un complice adorabilmente attento: solo così poteva partire una serie come questa. Tenevo proprio a rendere i colori e i chiaroscuri di film come “Nosferatu a Venezia” o magari “Nero veneziano”, ma anche il loro approccio affabulatorio, non importa quanto implausibile. Per quanto debole nella seconda parte – dove Kinski prende sostanzialmente il controllo della pellicola – “Nosferatu a Venezia” è un film di enorme suggestione visiva, con un ottimo avvio in termini di suggestione. A suo tempo, il trailer mi aveva stregato…

Ma ammetto, uso anche il “Casanova” con Heath Ledger per la scena sul patibolo, e tutti i film che sono riuscito a intercettare sul Settecento veneziano. E poi, con sguardo un po’ da documentarista, riprendo le voci sulle isole della laguna: quelle infestate, quelle inabissate… Per esempio, non sviluppo lo spunto, ma la storia del nachzehrer di Venezia, la povera morta del Seicento trovata sull’isola del Lazzaretto Nuovo con un mattone piantato in bocca, resta sullo sfondo.

Il “Jan Blazek I” stampato sulla prima pagina, e il lettore non può che gioirne, apre ad una serie, ad un ciclo di là da venire, di un settecento di cappe e spada con avventure a rotta di collo… Da scrittore prolifico quale sei, a che punto sono le prossime avventure e il progetto generale?
F.P.: Una dozzina di nuove storie è già sostanzialmente pronta, con Blazek intento a combattere vampiri, vampiroidi e altri tipi di creature fantastiche, affiancato da una serie di figure soprattutto femminili, alleate o nemiche che siano. Nella prossime puntate sarà a Belgrado, poi in Turchia al servizio del sultano, quindi nelle isole greche… e poi più lontano. Se non crea equivoci nell’interpretazione della realtà, l’esotismo può rappresentare qualcosa di godibilissimo. Comunque il protagonista e la sua complice arriveranno fino alla Roma pontificia tra esorcismi, cadaveri nascosti, profezie, scontri tra i progressisti di papa Lambertini e conservatori ferocissimi (qualunque riferimento a fatti reali è puramente casuale).

Inizialmente avevo pensato a quattro raccolte, le prime tre sequenziali fino alla morte di Blazek (sì, c’è anche quella, ma in circostanze che credo perdonabili dai lettori), e una di prequel: però ne risultavano volumi troppo ponderosi. D’accordo dunque con l’editore si è scelto di scorporarle in avventure singole o a coppie (a seconda della lunghezza) richiamando così a una tradizione di storie popolari a puntate…

Peraltro non si tratta della solita serie in singoli “casi”: c’è uno sviluppo interno della storia del personaggio, del suo rapporto con la compagna di avventure – per cui è inevitabile pensare alla coppia di Agente speciale, in particolare alla splendida Emma Peel – e del suo stesso ruolo ministeriale. Ma aspetto a spoilerare.

Al di là della godibilità della storia, questo tuo romanzo apre squarci visionari che trovano nel culto della rappresentazione di Venezia, sulla pagina come al cinema, il suo centro (il Leviatano attorcigliato su un’isola, le interferenze oniriche di un sepolcro maledetto tra le calli sono potentissimi, etc.). Parliamo dei tuoi studi sul tema e sulle radici della tua ispirazione in merito?
F.P.: Come accennavo, c’è un nodo che avevo affrontato nei miei studi su “Carmilla” di Le Fanu, la leggenda di una presunta versione vampiresca del “Libro di Abramelin” – uno tra i grimori più noti e apprezzati nell’età moderna, per la possibilità offerta di un’autoiniziazione – e la presenza di una specifica tradizione veneziana di vampirismo iniziatico. Il viluppo è abbastanza complicato, e sono impazzito per anni a cercare volumi introvabili, recuperando comunque quelli necessari a farmi un’idea sulla genesi della leggenda. Da quanto ho potuto ricostruire, si tratta in gran parte di fantasie germinate nel sottomondo esoterico nero d’oltralpe: ma a quel punto mi sembrava promettente valorizzarne almeno qualche aspetto in chiave narrativa. Quando finalmente riuscirò a pubblicare lo studio estensivo su Carmilla e il suo mito postmoderno cucinato in anni di ricerche e viaggi (ce l’ho nel cassetto), infinitamente più ampio del mio primo libretto “Cercando Carmilla”, risulterà anche più chiaro il tipo di dedalo immaginale battuto. Altrove Blazek dovrà ritrovare preziosi reperti bibliografici: documenti su una regina francese dalla datazione impossibile, un poema greco perduto cercato da una setta ereticale, un libro maledetto che scatena incontrollabilmente demoni erotici, eccetera. Altrove si tratta di affreschi da interpretare, di statue di cui capire la funzione… insomma, un minimo di filologia ci vuole.

Va detto che del tema vampirico continuo a occuparmi in chiave saggistica: ho dato consulenza per la mostra “Vampiri” allestita ora a palazzo Pallavicini di Bologna e interverrò all’evento di Halloween organizzato a Torino dall’Associazione Culturale Imaginalis, “Morsi d’amore. Il vampiro, l’erotismo, la morte”, in entrambi i casi assieme a Chiara Meistro. Presso una piccola casa editrice di Pistoia, UrsaMaior, che in genere si occupa di arte, ho poi appena pubblicato il volume “2025: Dracula colpisce ancora”, ad aggiornamento dei miei lavori precedenti e per fare un punto sull’immaginario sul Conte dopo l’ultimo “Nosferatu” e in attesa del “Dracula” di Besson.

In effetti a essere onesti la gran parte dei tasselli utilizzati anche in Blazek rinvia a letteratura e cinema, a partire dai più popolari.

Da lettore affezionato, mi colpisce e diverte sempre il tuo amore per un cinema obliquo e “imperfetto”, spesso legato a percorsi precedentemente fulgidi: penso alla tarda Hammer, da cui viene anche l’ispirazione primaria di “Capitan Kronos”, così come ad una serie di film fortemente anni Ottanta che citi con orgoglio cinefilo antagonista, qui “Il ritorno dei tre moschettieri” (1989), non proprio al livello dei due precedenti capitoli lesteriani, in altre occasioni il Ken Russell di “Gothic” o “La tana del serpente bianco”, più sgangherato rispetto ai risultati dei due decenni precedenti… E rientrerebbe nel discorso anche il Nosferatu di Caminito rispetto alla versione herzoghiana… Che ne pensi?
F.P.: Hai senz’altro ragione, e mi fa particolarmente piacere sentir sollevata la questione. Diciamo che ciò che è meno perfetto ci sfida a “completarlo” e coglierne potenzialità inespresse (insomma, macchine per pensare e per sognare), oltre a presentarsi talora velato di malinconia crepuscolare. E implica magari tentativi di vie nuove: come “Capitan Kronos”, che nel laboratorio della tarda Hammer doveva costituire il primo film di una serie (abortita) che mixasse mostri e cappa e spada, o il delizioso “La leggenda dei sette vampiri d’oro” che ibridava gotico e arti marziali… Si tende a parlar male dell’ultima Hammer, ma in realtà ha prodotto gioielli godibilissimi. Quanto a “Il ritorno dei tre moschettieri” – meravigliosi, invecchiati e litigiosi – confesso il mio debole per la Justine de Winter di Kim Cattrall…

Il fatto è che Blazek non è un giovane strafigo come il piacente capitan Kronos, ma proprio come quei moschettieri al tramonto un maturo combattente pieno di malinconie, incalzato da lutti e ricordi: se, come sottolinea Vito Teti, vampiro & malinconia vanno a braccetto, Blazek sta combattendo su quel terreno difficile. Obliquo e “imperfetto” a sua volta, non privo di ambiguità ma intenzionato a riconoscere un senso alla sua vita: e le donne intorno, compagne di lotta o dark lady, sono per lui fonte di inesausto fascino. In effetti Blazek mi assomiglia parecchio, ha le mie malinconie e testardaggini, gli atteggiamenti cavallereschi fuori tempo massimo, le goffaggini e il mix di candore e di torbido. Anche lo sforzo d’essere buono, magari: il che, lo si conceda, per un cacciatore di vampiri non è sempre facile. Nel Settecento come oggi.