L’angolo di Michele Anselmi 
Una commedia non dovrebbe durare due ore, a mio parere, nemmeno se la firma Riccardo Milani. Di sicuro un regista interessante, che sa muoversi dentro una dimensione pop, di ampio successo commerciale, senza dimenticare un acuto sguardo sociale, pure di denuncia, su un’Italia spesso considerata “minore” e invece tutta da raccontare. Ma il nuovo “La prima va così”, che ha aperto oggi la Festa di Roma e il 23 ottobre esce nelle sale targato Piperfilm, avrebbe avuto bisogno, a mio parere, di ampie sforbiciate: non è questione solo di lunghezza, bensì di ritmo interiore, di scelte al montaggio, di svolte drammaturgiche, di sottolineature farsesche; e a non dire di quella musica che insordisce per tutto il tempo, anche quando dovrebbe echeggiare il silenzio (le armoniche di Moses Concas con sovrappiù di launeddas sarde).
Se “Un mondo a parte” del 2024 saliva le nevi di un paesino montano dell’Abruzzo, dove una scuola rischiava di chiudere per mancanza di allievi, “La vita va così” s’inoltra nel sud della Sardegna, a un passo dalla splendida spiaggia di Belesemanna (nome inventato, credo), dove un luciferino imprenditore milanese vuole costruire un resort a cinque stelle, aperto tutto l’anno, naturalmente “ecocompatibile”. Solo che un vecchio pastore, Efisio Mulas, con tanto di coppola in testa, giacca di velluto a coste e sigaro in bocca, si mette di mezzo, deciso per principio a non vendere la sua proprietà che arriva fino al mare, perché «questa spiaggia è di tutti».
Come forse sapete, il film, scritto da Milani con Michele Astori, s’ispira alla vera storia di Ovidio Marras, un pastore sardo, scomparso nel 2024 a 93 anni, che si oppose per un ventennio al progetto di un gruppo immobiliare deciso a trasformare Capo Malfatano appunto in un resort di lusso.
Nella finzione tutto comincia il 31 dicembre del 1999, vigilia di Capodanno. Nella vecchia casa rurale il solitario pastore si prepara a festeggiare l’ingresso nel nuovo millennio insieme a moglie, figli e nipoti; a Milano l’imprenditore Giacomo Greatti impartisce al suo staff l’ordine di offrire 150 milioni di lire a Mulas «e la chiudiamo lì». Non sarà così, nonostante l’invio a Belesemanna di un suo uomo di fiducia, il siciliano Mariano, abituato a trattare con abilità inciampi del genere. Ma Mulas è inamovibile: sfidando l’impopolarità generale (tutti i concittadini gli chiedono di accettare in cambio dello sviluppo turistico), comincia a dire solo dei no. Mentre la cifra aumenta: 300 milioni di lire, poi 300 mila euro, poi 1 milione di euro, che diventano 2, 5, infine 12…
Insomma, “La vita va così” è una storia di resistenza umana nell’arco di una decina di anni, una battaglia che sembrerebbe persa in partenza, dati gli interessi in gioco, invece qualcosa di buono succede in quella comunità, appunto per merito dell’indocile pastore.
Alla sua maniera, Milani racconta la vicenda tra affondi comici e tormentoni verbali, situazioni buffe e confronti asprigni, con l’idea evidente di trasformare in un apologo sulla libertà di opporsi al denaro la tigna coerente e rocciosa di quel pastore così legato alle sue mucche e alla sua spiaggia incontaminata.
Molto dialoghi sono in sardo stretto, con tanto di sottotitoli, e questo va benissimo, anche perché quasi tutti gli interpreti sono stati scelti sl posto, a partire da Giuseppe Ignazio Loi che fa l’irriducibile Efisio; poi ci sono i big, da Virginia Raffaele a Geppi Cucciari, da Aldo Baglio a Diego Abatantuono, rispettivamente nei ruoli della figlia Francesca, della misteriosa giudice Giovanna, dello spaesato Mariano e dell’arrogante imprenditore, e qui – mi pare – tutto diventa un po’ troppo stereotipato, sottolineato, retorico, insomma poco governato sul piano dello stile.
Dedicato allo scomparso Gigi Riva, già oggetto di un fluviale ritratto da parte di Milani, “La vita va così” sfodera una citazione immancabile da Leonard Cohen, piazza “La disciplina della terra” di Ivano Fossati nel sottofinale e non si trattiene dall’impaginare una specie di balletto rituale, con tutti i personaggi, sui titoli di coda, alla maniera di “The Millionaire”.
Naturalmente la domanda che il cine-apologo pone allo spettatore è di rilievo, per nulla banale: come armonizzare la tutela del territorio, i sogni di sviluppo e la difesa dell’identità locale? Ah, saperlo. Anche di recente si sono visti film italiani sul tema: penso ad “Anna” di Marco Amenta o a “Paradiso in vendita” di Luca Barbareschi. Milani porta il suo contributo al dibattito. Ma, sommessamente, gli consiglierei di vedere (o rivedere) “Local Hero” di Bill Forsyth, 1983: fu prodotto da David Puttnam, premiato alla carriera proprio stasera alla Festa di Roma.
Michele Anselmi