L’angolo di Michele Anselmi
“Il carico brucia a 1.000 gradi” scandisce l’imperturbabile ingegnere nazista. Seguono accurate informazioni tecniche su come dare massima efficienza ai forni crematori, così da arrivare presto allo “smaltimento di 500 al giorno”. Avrete capito che “il carico” sono persone, perlopiù ebrei; evidentemente sembra più facile sterminare milioni di persone se le consideri, appunto, un mero fatto organizzativo, non corpi, famiglie e sentimenti.
Oggi, 22 febbraio, esce nelle sale con I Wonder Pictures “La zona d’interesse”, l’ormai famoso film che il regista inglese Jonathan Glazer ha tratto dal romanzo di Martin Amis. Come saprete, si parla di Auschwitz, ma in un modo del tutto inedito, originale, forse l’unico possibile: senza mostrare direttamente il genocidio degli ebrei, rinunciando cioè al solito armamentario di comparse scheletriche, divise a righe, orchestrine, cani rabbiosi, torture e uccisioni, meste file verso le “docce” allo Zyklon B eccetera, ma consegnandoti sotto la pelle tutta la disumana violenza di quell’inferno concentrazionario.
Nel vederlo, qualche settimana fa, sono stato preso da un disagio crescente, quasi un malessere torcibudella tale da farmi muovere continuamente sulla sesia: eppure sono rimasto inchiodato. A dimostrazione che “La zona d’interesse”, candidato a ben cinque premi Oscar, è un film terribile e bellissimo insieme, perché scava e lavora dentro, provando a tirar fuori dallo spettatore un senso di cupa riflessione sulla natura umana.
Per chi non sapesse, “Zona d’interesse” era il gelido eufemismo usato dalle SS per denominare Auschwitz. Ho sempre pensato, anche dopo “Schindler’s List” o “La vita è bella”, che il campo di sterminio non sia “rappresentabile” al cinema, perché anche il realismo più preciso e documentato non riuscirà mai – e dico mai – a restituire l’abominio sistematico e “amministrativo” messo in atto dai nazisti.
Forse solo “Il figlio di Saul” (2015) dell’ungherese László Nemes ha saputo inventare uno sguardo eticamente accettabile per raccontare la “vita” nei lager, restringendo l’occhio della cinepresa, a tagliare via il contesto, al solo protagonista: il prigioniero ebreo-ungherese Saul Ausländer impiegato dai nazisti nelle camere a gas di Auschwitz, ormai intorpidito dalle atrocità quotidiane alle quali assiste, sapendo che anche per lui il destino è segnato.
La stessa, terribile, fabbrica di morte che in “La zona d’interesse” viene vista in una prospettiva opposta: dalla linda villetta, subito all’esterno del campo, dove vive con la moglie, i cinque figli e la servitù il famigerato comandante Rudolf Höss. Proprio lì, dentro il “suo” lager, il criminale di guerra quarantacinquenne sarebbe stato impiccato nell’ottobre 1947, dopo regolare processo. E meno male.
Nel corso dei 105 minuti nulla vediamo di Auschwitz, ma la sostanza atroce del genocidio arriva allo spettatore attraverso l’esistenza placida, a suo modo “normale”, della famigliola nazista, neanche troppo disturbata dai rumori che arrivano: grida, spari, latrati di cani, treni, clangori, invocazioni di pietà, ordini feroci del tipo “Annegate quel bambino nel fiume, ha litigato per una mela”.
Nelle stanze della casetta le donne tedesche si spartiscono i vestiti migliori delle signore ebree appena gasate, anche una sontuosa pelliccia che molto piace alla moglie del comandante, mentre i bambini giocano nella serra o fanno il bagno nella piscina. “Stiamo vivendo come abbiamo sempre sognato, questo è il nostro spazio vitale” fa lei al marito, il quale, grazie all’efficienza dimostrata nello sterminare e liberarsi dei corpi, sta per fronteggiare, dopo una parentesi a Berlino, l’incarico più gravoso e sfidante: l’arrivo da Budapest di 700 mila ebrei ungheresi.
Introdotto e chiuso da un insistito fondale nero, il film non ha colonna sonora, echeggiano solo suoni gravi, sordi e minacciosi, tutti i personaggi sono ripresi da media distanza, a camera fissa, evitando campi e controcampi dei visi, ovvero il montaggio classico da film americano. Questa scelta espressiva, magari faticosa per alcuni spettatori, offre la giusta prospettiva visiva e morale al racconto, agghiacciante perché privo di ogni enfasi, benché il passare dei mesi – siamo tra il 1943 e il 1944 – renda sempre più irrespirabile il clima casalingo. Qualcuno, s’intende antisemita, sceglierà pure di andarsene per sottrarsi a quell’enorme ipocrisia o forse solo all’imbarazzo d’essere lì e far finta di niente.
Il finale custodisce due potenti invenzioni di cinema che proprio non mi va di svelare. Perché coronano un film angosciante, complesso, per alcuni versi affascinante, specie nella versione in tedesco sottotitolata, dal quale si esce con un magone ragionante, pure con la sensazione che nulla sia paragonabile a quanto si consumò in quei luoghi di lucida efferatezza per volontà di Hitler e dei suoi solerti esecutori.
Christian Friedel e Sandra Hüller, lei già vista in “Anatomia di una caduta”, incarnano Höss e sua moglie Hedwig, immersi coi loro figli in una vita quasi bucolica, a suo modo “meravigliosamente ariana”, tra bagni nel fiume e barbabietole da coltivare nell’orto; ma ogni tanto irrompono sequenze fotografate “in negativo”, a suggerire la vera essenza di un’atroce pratica di morte che, lo confesso, fatico sempre più a definire “la banalità del male”.
Michele Anselmi