L’angolo di Michele Anselmi

Lei si conosceva bene. Ho visto solo ora, magari per colpevole pigrizia, “La vera storia di Luisa Bonfanti”, che il regista e sceneggiatore Franco Angeli ha costruito attorno al viso, al corpo e alla voce dell’attrice Livia Bonifazi. Il film risale al 2021, dopo riprese durate più di un decennio, ma non mi pare affatto invecchiato: si può vederlo su Prime Amazon e se vorrete mi direte la vostra. Suona affettuoso e malinconico l’omaggio a “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli, ma dentro un’altra temperie storica e politica, mischiando fatti reali e fatti inventati, in una chiave, direbbero gli anglosassoni, di “mockumentary”. Qualcosa del genere fece anche Enzo Monteleone, nel lontano 1994, con “La vera vita di Antonio H.”, pensato come una scherzosa cine-biografia di Alessandro Haber ma con dentro qualcosa di serio.
“Perché alla fine tutto vi sarà rivelato”: la frase del profeta Habacuc fa da epigrafe sui titoli di testa, e quasi subito, dopo una carrellata di immagini sugli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, s’arriva al fatidico 10 giugno del 1984, poche ore prima che morisse Enrico Berlinguer.
Una giovane e avvenente donna in short, zeppe e reggiseno a vista prende una stanza in una pensioncina equivoca dietro la stazione Termini. Si chiama Luisa Bonfanti, attrice, 36 anni. Alle 21.47, una Beretta esce fuori da una valigia piena di ricordi e qualcosa di terribile forse sta per succedere.
Come racchiusa in un lungo flashback che nel sottofinale torna al punto di partenza, la storia di Luisa Bonfanti vive di ricordi autentici, spezzoni di film e sensazioni autobiografiche, sia pure dentro, appunto, una cornice di finzione. Ettore Scola, Citto Maselli, Otello Angeli, oggi purtroppo scomparsi, stanno al gioco nel ruolo di sé stessi impegnati a ricordare la carriera dell’attrice in questione: nata al Mandrione di pasoliniana memoria, cresciuta in borgata dalle parti del Pci, bella, bionda e disinvolta, presto notata dai “cinematografari” romani per ruoli minori con registi pure di vaglia alla Elio Petri, infine, per sopravvivere, costretta ripiegare nel porno col nome d’arte di Luly Fox.
Cambiano gli abiti, le acconciature, gli amanti e i fidanzati, arrivano il Sessantotto, le stragi fasciste, il terrorismo rosso, l’omicidio di Moro, e lei, come una spugna che tutto assorbe, sembra sfiorare quegli eventi, a volte in modo rischioso (un brigatista in fuga lasciò la pistola in casa sua), a volte in modo romantico (l’incontro con l’indocile artista Walter, incarnato da Stefano Pesce, che allude al vero pittore Franco Angeli, non il regista).
Ogni volta Luisa ne esce un po’ più a pezzi, incapace di mettere ordine nella propria vita, come succedeva a Stefania Sandrelli in “Io la conoscevo bene”, e l’approdo della sconfitta professionale ed esistenziale sembra già iscritto nel destino di quella che fu una vivace bambina proletaria.
La cangiante Livia Bonifazi giganteggia nel ruolo di Luisa Bonfanti, mettendosi a nudo con spigliata audacia, in un mix di fragilità e strafottenza, immersa nelle mode culturali, nel birignao diffuso e insieme fedele a certi valori di giustizia e libertà.
Angeli miscela spezzoni documentaristici, atmosfere da musical (belle le canzoni originali di Fabrizio Gatti), ricostruzioni d’epoca, invenzioni stilistiche, monologhi forse un po’ troppo letterari e qualche faccia che proprio non funziona, lasciando affiorare una sorta di acre nostalgia per quel mondo di sinistra e dintorni che poche ore dopo il 10 giugno 1984 si sarebbe radunato a piazza San Giovanni per celebrare Berlinguer. Francamente avrei tolto dal montaggio qualche prima pagina de “l’Unità”, ce ne sono troppe; e lo dico io che ho lavorato per ventisei anni in quel quotidiano.

Michele Anselmi