L’angolo di Michele Anselmi

Finalmente esce “Finalmente l’alba” (la ripetizione è voluta). A oltre cinque mesi dall’anteprima in concorso alla Mostra di Venezia 2023, dopo vari rinvii, per San Valentino, mercoledì 14 febbraio, arriva nelle sale il nuovo film del 48enne Saverio Costanzo. Era dal 2014, con “Hungry Hearts”, che il cineasta, figlio dello scomparso Maurizio al quale è dedicato il film, non gareggiava al Lido. Nel frattempo ha girato due stagioni di “L’amica geniale” e firmato alcuni documentari.
Perché ho scritto “lenoni & leonesse” nel titolo? Perché ci sono procacciatori di sesso rintanati nelle loro ville aristocratiche e feroci felini a piede libero per la strade di Roma in questa fosca storia di cinema e varia umanità ambientata nell’estate del 1953, dalle parti di Cinecittà e poi di Capocotta, laddove pochi mesi prima, sulla spiaggia, era stata trovata cadavere l’attricetta Wilma Montesi, in un tripudio successivo di ipotesi, scandali e sputtanamenti.
“È un film sul mondo dello spettacolo. Quindi sulle ambizioni, sulla vanità. Ma anche sul riscatto dei semplici, degli ingenui, di chi è ancora capace di guardare al mondo con stupore” ha spiegato Costanzo, autore pure del copione a scatole cinesi. “Finalmente l’alba” pare sia costato 28 milioni di euro, una cifra enorme per gli standard italiani, e francamente non tutti si vedono; ma certo Wildside e Rai Cinema hanno voluto fare le cose in grande, garantendo al regista un’ampiezza di mezzi, attori, comparse, effetti speciali.
La storia in sintesi. La sensibile e bruttina Mimosa ha appena finito di piangere vedendo al cinema “Sacrificio”, un immaginario film neorealista sull’occupazione nazista a Roma interpretato da Alida Valli. La giovane donna, di origini popolari, anche un po’ rozza, fa il tifo per la formosa sorella ingaggiata come comparsa a Cinecittà, dove si sta girando un kolossal sull’antico Egitto pieno di star hollywoodiane. Mimosa non può sapere, però, che sarà lei, avendo colpito la curiosità della capricciosa diva Josephine Esperanto, ad apparire addirittura nella scena finale accanto alla crudele regina Merneith.
Tra “Bellissima” di Luchino Visconti e “La dolce vita” di Federico Fellini, con una pioggia di citazioni sparse qua e là, inclusa la struggente poesia di Cesare Pavese “Passerò per piazza di Spagna” sulla quale è incardinato il gran finale, Costanzo adotta la pezzatura dei 120 minuti (a Venezia erano 140, poi sforbiciati) per tessere un cine-affresco ambizioso, forse troppo per le sue forze espressive, che rievoca, denuncia, divaga, con un retrogusto da romanzo di formazione e l’occhio rivolto alla forza delle donne. Di due donne in particolare: la star intrattabile, viziosa e annoiata insieme, ancorché dotata di una certa “gravitas”; la fanciulla irrisolta e burinotta, catapultata in un mondo di ricchezza, sesso e cocaina, eppure capace di non farsi sbranare dai ricchi, dai loro “giochi”, anzi di reagire.
“Finalmente l’alba” certo fellineggia, specie nella lunga sequenza della festa notturna sulla quale grava un presagio di morte, e invece il copione tragico non sarà rispettato, benché Costanzo evochi il triste destino di Wilma Montesi, che come Mimosa abitava in via Tagliamento a Roma e stava per sposare un poliziotto meridionale.
Scandito da musica contemporanea per contrasto e parlato in italiano e inglese, il film arpeggia sui temi del colore “cinematografaro” e del tormento artistico, pure della sana concretezza popolare, tirando in ballo nomi veri (Alida Valli, il suo amante pianista jazzista Piero Piccioni, il marchese decaduto Ugo Montagna) e molto inventando affinché Mimosa, novella Alice/Gelsomina, possa inoltrarsi in quel torvo e scintillante Paese delle Meraviglie senza perdersi.
L’esordiente Rebecca Antonaci, truccata con qualche occhiaia in sovrappiù, restituisce bene l’innocenza pragmatica della protagonista, attorniata da interpreti di una certa notorietà anche televisiva: Lily James, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe, nei panni rispettivamente della volubile Josephine, del complessato attore coprotagonista, della tosta “principessa” egizia, della disincantata star Alida Valli, del mondano gallerista Rufo Priori, l’unico forse capace di mostrare un palpito di sincera pietas verso la giovane “aliena” che tutti vorrebbero vampirizzare.
Di sicuro un film non convenzionale, sono curioso di sapere se troverà un suo pubblico con l’aria che tira per il cinema italiano d’autore.

Michele Anselmi
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LA POESIA DI PAVESE
Non citata per intero, la poesia che torna due volte nell’epilogo di “Finalmente l’alba” di Saverio Costanzo si chiama “Passerò per Piazza di Spagna”. Fu scritta da Cesare Pavese il 28 marzo del 1950 e dedicata a Constance Dowling. Lui la conobbe durante il suo breve soggiorno in Italia, era un’attrice famosa negli anni Quaranta anche come ballerina insieme alla sorella Doris. La donna fu l’ultimo amore dello scrittore suicidatosi pochi mesi dopo, il 27 agosto di quello stesso anno.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori, spruzzati
di colori alle fontane,
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
Sarà il tumulto del cuore
Nella luce smarrita.
Sarai tu – ferma e chiara.