L’angolo di Michele Anselmi 

Sara Petraglia, 36 anni, figlia dello stimato sceneggiatore Sandro, era partita per farne un romanzo, poi ripiegò su una sorta di fanzine autoprodotta, infine ha pensato di trasformare “L’albero” in un film, il primo da lei scritto e diretto. Il tono è autobiografico, per parlare del «veleno dei miei vent’anni», anche se lo sguardo non sarebbe generazionale. Infatti ha confessato in un’intervista a “La Lettura”, firmata da Teresa Ciabatti: «Parlo di ragazze privilegiate, figlie di papà, non studiano, non lavorano. Il rischio era che risultassero antipatiche. Mi sono posta il problema, poi me ne sono fregata». Viva la sincerità. Prodotto da Angelo e Matilde Barbagallo con Rai Cinema, il film esce giovedì 20 marzo nelle sale con Fandango.
L’albero del titolo è un pino domestico a chioma espansa e piatta, al di là della Casilina dalle parti di quello che fu il pasoliniano Mandrione: lo vedono dalla lora casa in affitto al Pigneto, quartiere oggi alla moda, le due ventenni.
Questa storia di cocaina, irresolutezza e amicizia Petraglia la cuce addosso alle sue protagoniste poco più che ventenni: Bianca e Angelica, incarnate da Tecla Insolia e Carlotta Gamba. L’una dovrebbe frequentare l’università, ha il culto di Leopardi e con i soldi che le danno i genitori lontani acquista dosi sempre più crescenti di polverina; l’altra viene da Morlupo, si droga come Bianca e forse ha una fidanzata da raggiungere a Milano. Entrambe, avrete capito, sono lesbiche.
«Perché siamo tutti così tristi?» si chiede Bianca, osservando quell’albero neanche troppo lontano, in linea d’aria, che però le sembra irraggiungibile (metafora metafora). Intanto assistiamo alle scorribande delle due ragazze, tra i locali romani dove ci si rifornisce di coca e qualche puntata giù a Napoli e dintorni. «La luna che tramonta per Leopardi è come la giovinezza che se ne va, solo che la luna la sera dopo ritorna» filosofeggia Bianca in riva al mare, ma l’amica, distratta e poco incline alla poesia del grande marchigiano, dice che quei versi le danno solo ansia e s’allontana.
Nel giro di novanta minuti “L’albero” racconta le giornate pigre, vuote e sovraeccitate delle due, le loro chiacchiere, i cibi in scatola, i litigi, gli abiti finto trasandati, il rapporto con rari amici al bar, finché qualcuno della cerchia non si ammala sul serio. Bianca non vuole ammettere di essere tossicodipendente, ma a forza di spendere mille euro al mese in sostanze (poi ci sarebbe l’ingente affitto da pagare) capisce che forse deve chiedere aiuto a una dottoressa del servizio sanitario. Lo farà.
Rispetto a tanti film sul tema-droga, ambientati di solito nel mondo degradato delle borgate romane, “L’albero” segna una novità: l’identità borghese delle due giovani donne offre lo spunto per uno sguardo diverso, anche sul piano antropologico. Non si capisce bene dove Bianca e Angelica trovino tutti quei soldi da destinare alla coca, ma, appunto, non sta lì il problema.
Sara Petraglia cerca un’immediatezza, anche estetica (luce naturale, dialoghi sfrangiati, corse in bicicletta), con l’aria di chi non giudica le due amiche/amanti ma le sottopone alla curiosità del pubblico. A me il film sembra inerte e randagio, si fida troppo dei bei volti delle due attrici, della loro recitazione “sbadata”, non si cura granché del resto, a parte il sottofinale drammatico con ritorno alla vita vera.
Non per niente teorizza la regista: «Mostro un mondo femminile in cui le ragazze si muovono sole, chiuse dentro piccoli microcosmi, libere e vitali ma anche egocentriche, bugiarde, indolenti, viziate. Un mondo in cui gli uomini non esistono, così come non esistono gli adulti». I quali adulti però pagano gli affitti costosi e anche tutto il resto.

Michele Anselmi