L’angolo di Michele Anselmi

Così come da adolescente tardai, stupidamente, a vedere “Il Padrino”, pensando che fosse un film troppo alla moda, così ho sbagliato a non fidarmi subito di chi mi consigliava di dare uno sguardo a “The Offer”, la miniserie in dieci puntate su Paramount+ che ricostruisce, con attori e un po’ di legittima finzione, la titanica impresa che accompagnò la nascita di quel capolavoro tratto dal best-seller di Mario Puzo. Di solito, tranne rarissime eccezioni, non mi interessa il cinema sul cinema, neanche la televisione sul cinema; ma l’ideatore Michael Tolkin, potendo pure contare sul marchio Paramount Pictures, ha compiuto un miracolo: farci appassionare alle vicende umane e professionali delle poche persone che misero in gioco sé stesse, molto rischiando, pur di permettere a Francis Ford Coppola di girare quel capolavoro.
Il titolo, “The Offer”, cioè “L’offerta”, prende spunto naturalmente da una mitica e sempre citata battuta del film, e anche i caratteri grafici sono gli stessi del libro; ma la forza della miniserie, da vedere rigorosamente in inglese coi sottotitoli per cogliere le sfumature, specie alla voce “italo-americani”, sta nella capacità di rendere epica, a tratti pure ridicola, la tigna con la quale nel 1972 l’apprendista produttore Albert S. Ruddy, appena assunto dal gran capo della Paramount in crisi, Bob Evans, riuscì a piegare le riserve del tirannico Charles Bluhdorn, il capitalista di origine austriaca a capo della potente casa madre Gulf & Western Industries. Tutti si misero contro “Il padrino” in forma di film: buona parte della mafia newyorkese, un politico italo-americano assai influente, lo scetticismo iniziale di Bludhorn e dei suoi collaboratori, anche i dolori sentimentali di Evans, che pure aveva rilanciato la Paramount producendo “Love Story”.
Con un budget ridicolo, 4 milioni di dollari poi portati a 6 e mezzo, Ruddy permise a Coppola di fare il film che voleva, con gli attori che voleva, a partire da Al Pacino, considerato di scarso carisma per interpretare Michael Corleone e soprattutto troppo basso. Solo l’ok di Marlon Brando, divo visionario e alla ricerca di un ruolo epocale dopo l’insuccesso di “Qeimada” e prima di “Ultimo tango a Parigi”, favorì la congiunzione astrale positiva e l’uscita di quel film a suo modo unico.
Non rovino la sorpresa raccontando troppo, perché sembrano incredibili gli incidenti di percorso che dovette superare la troupe, pure accettando alla fine, per sveltire le cose, l’imbarazzante collaborazione con il mafioso Joe Colombo, rimasto gravemente ferito a causa di un attentato. Il gioco di specchi, tra mafia vera e mafia da cinema, è molto azzeccato, così come la ricostruzione di episodi che molto incisero: la moglie di Evans, Ali McGraw, scappò con Steve McQueen sul set di “Getaway”; Pacino, sentendosi rifiutato, aveva firmato per un altro filmetto pur di lavorare; Coppola sempre a un passo dalla crisi di nervi per gli scontri con il direttore della fotografia Gordon Willis e lo scenografo Dean Tavoularis; la Paramount sul punto di essere venduta prima che finissero le riprese.
Miles Teller, una specie di Paul Newman con qualcosa di Matthew McConaughey, incarna Ruddy, l’anima dell’operazione avventurosa; Matthew Goode è il survoltato Bob Evans, sempre a un passo dal perdersi tra alcol e cocaina; Juno Temple è Bettye McCart, l’intraprendente e brillante segretaria che risolse più di un intoppo; Dan Fogler è un commovente Coppola, anche molto somigliante; Burn Gorman rende simpatico l’avido Bluhdorn, il quale capisce di avere per le mani un’offerta che non può rifiutare; e Giovanni Ribisi gigioneggia fino all’istrionismo, ma senza caderci dentro, nel ruolo del boss Joe Colombo. Dimenticavo: c’è anche Lou Ferrigno, che fu “l’incredibile Hulk”, qui nei panni del picchiatore Lenny Fontana.
Se siete abbonati a Paramount+ e vi piace “Il Padrino”, be’ questa è la serie per voi. La gusterete tutta d’un fiato, come ho fatto io.

Michele Anselmi