L’angolo di Michele Anselmi
Una serie di fatti e fatterelli riguardanti il cinema italiano, dal comitato per l’Oscar alle giurie dei premi, dalla nuova Commissione ministeriale ai ruoli di comunicazione nelle istituzioni pubbliche, mi inducono a riflettere sui possibili “conflitti di interessi”, e uso apposta le virgolette, nei quali può incorrere un giornalista/critico di cinema. Non parlo di registi, produttori, sceneggiatori, attori, tecnici eccetera. Non è la mia parrocchia. Parlo di chi fa il mio mestiere, direi ex mestiere, essendo io pensionato che continua a scrivere, senza essere pagato da nessuno, solo per tenere sveglia la capoccia.
Non sostengo scelte draconiane o moralistiche, ci si conosce un po’ tutti in questo piccolo mondo un po’ frescone, ma penso, avendo anch’io compiuto qualche scivolata in passato, che bisognerebbe mettere dei paletti, ogni tanto negarsi con un “preferirei di no”, fosse solo per una questione di eleganza (la sostanza degli interessi è cosa più seria). Non faccio nomi, riferisco solo contingenze.
In generale, però, ritengo che:
• Un critico, specie se ancora in attività su una testata cartacea, tanto più se illustre e influente, potrebbe evitare di far parte di commissioni ministeriali nelle quali si decide il finanziamento diretto di film d’autore, spesso per centinaia di migliaia di euro. Quando quei film usciranno nelle sale sarebbe poco commendevole recensirli, non avendo, i commissari, espresso solo pareri tecnici sulla sceneggiatura ma avendo contribuito all’esborso di soldi pubblici.
• Un giornalista, specie se critico, dovrebbe astenersi dal gestire conferenze stampa di lancio di un film: capita spesso di usare parole roboanti o adulatorie. Scrivere del medesimo film qualche giorno dopo o commentarlo con toni encomiastici non sta bene, specie se si è stati pagati per quella conferenza stampa.
• Un giornalista e critico che sia stato ingaggiato per curare la comunicazione di una cine-istituzione pubblica farebbe bene a non confondere i ruoli: o si comunica sul piano aziendale e si accettano i rilievi, certo replicando a eventuali imprecisioni della stampa; o si sta dall’altra parte della barricata e ci si predispone a fare le pulci al potere, se necessario. Poco plausibile gestire la comunicazione e, al tempo stesso, criticare il giornalismo – buono o cattivo che sia – praticato dai colleghi.
• Un critico/giornalista chiamato a far parte di un comitato di selezione, specie di un festival importante, tanto più se ben pagato, dovrebbe astenersi dallo scrivere dei film selezionati. Vale anche, a mio parere, per la commissione Anica per l’Oscar: se ne fai parte, poi non ne puoi parlare “oggettivamente” da cronista sul tuo giornale, a meno che non sia una testimonianza in prima persona, dichiarando il tutto.
• Un critico/giornalista cooptato nella giuria di un cine-premio importante, mettiamo i David di Donatello o i Nastri d’argento, farebbe bene a non commentare i risultati finali dello scrutinio, avendo egli votato e quindi contribuito a quel risultato. Apprezzabile, a mio parere, anche la scelta di non elogiare pubblicamente chi ti ha chiamato a far parte di quel consesso.
PS. Non sempre, confesso, mi sono attenuto a queste elementari e ragionevoli regolette: forse per inesperienza, entusiasmo, ingenuità, anche viltà. Adesso, da maturo scriba in pensione, riconosco di aver sbagliato e chiedo scusa per eventuali smarronate di stile.
Michele Anselmi