Paolo Sorrentino torna a raccontare la sua Napoli con “Parthenope”, un film che incarna le contraddizioni profonde di una città in cui il confine tra il sublime e il grottesco si assottiglia fino a scomparire. La protagonista, interpretata da Celeste Dalla Porta, non è solo un personaggio, ma è l’essenza stessa di Napoli, una città sospesa tra estasi e rovina, tra la promessa di una bellezza eterna e la certezza della disillusione.
Sorrentino ci conduce in un viaggio intimo, in cui ci perdiamo nella giovinezza irrequieta che cede il passo alla vecchiaia disincantata, e nella gioia delle piccole cose, dimenticata quando la vita inizia a colpirti.
Parthenope è una donna capace di muoversi tra la purezza ed il peccato, che scopre il sesso come un rituale di crescita, alternando scene di ingenua scoperta a momenti disturbanti, quasi violenti nella loro ambiguità morale. Questo percorso personale appare come un riflesso di questa città che si muove tra sacro e profano, tra la devozione a San Gennaro e il richiamo delle tentazioni più oscure.
“Parthenope” è un film che si nutre di contrasti. Le scene di festa, di luce e di colore, sono contrapposte a momenti di cupa introspezione, di silenzio e di ombra. Sorrentino non si limita a mostrare la bellezza di Napoli, ma ci porta nei suoi anfratti più bui, quelli in cui la violenza e la disperazione sono parte integrante del paesaggio umano e urbano. Non c’è idealizzazione, ma neanche cinismo: c’è un amore autentico e profondo, che conosce tutte le sfaccettature dell’oggetto amato, anche quelle più dolorose.
Il film è anche un’ode malinconica al tempo. Sorrentino sembra chiederci cosa resti della giovinezza, dell’amore e dei sogni che ci accompagnano quando si è ancora puri e pieni di ambizione. In “Parthenope” tutto sfiorisce, le promesse si infrangono contro la dura realtà di una città che incattivisce i suoi figli, anime malinconiche che vivono di rimpianti. L’impatto del tempo è palpabile nei volti e nei corpi dei personaggi, segnati dalle cicatrici di un passato che non si lascia dimenticare.
E poi c’è la bellezza, la vera protagonista del film. Parthenope, con il suo fascino incontaminato, è la città stessa, quando il sole illumina i vicoli e sembra possibile dimenticare le ombre. Ma, come Napoli, anche lei è destinata a scontrarsi con una realtà che corrompe e incupisce. È un film che seduce e respinge allo stesso tempo, quasi volesse mettere alla prova lo spettatore, costringendolo a confrontarsi con la stessa ambivalenza che caratterizza Parthenope e, per estensione, Napoli.
Nel finale, la figura di Parthenope si dissolve in una Napoli indomabile. Non è possibile possederla, capirla fino in fondo (la domanda che pedissequamente le viene posta è «A cosa stai pensando?»). Ma forse è proprio questo il messaggio del film: che Partenope, come la vita stessa, è una meravigliosa promessa non mantenuta, un sogno che si infrange continuamente contro la realtà, e che, in questa lotta, anche noi siamo destinati a perdere un po’ di noi stessi. Dal 24 ottobre al cinema.

Camilla Golia