L’angolo di Michele Anselmi
Fuori concorso alla Mostra di Venezia 2022, in occasione del Leone d’oro alla carriera conferito a Paul Schrader, “Il maestro giardiniere” arriva ora nelle sale italiane, giovedì 14 dicembre, distribuito meritoriamente da Movies Inspired. Forse non è all’altezza del precedente “Il collezionista di carte”, ma è comunque la testimonianza di una fervida creatività che il 77enne cineasta americano continua a esercitare. Hollywood lo snobba da tempo, nonostante il successo che gli arrise prima come sceneggiatore di Martin Scorsese e poi autore di film come “Hardcore” e soprattutto “American Gigolò”, ma lui riesce comunque a trovare i soldi per le sue storie eccentriche, di forte impronta calvinista: sempre in bilico tra espiazione e senso di colpa, insomma tra Camus e Dostoevskij.
Qui c’è di mezzo un meticoloso orticultore ingaggiato da una ricca vedova giù in Louisiana, la signora Haverhill, per abbellire la dimora storica Greenwood Gardens. “Il giardiniere estirpa le malepiante” teorizza Narvel Roth, ma subito aggiunge: “Il giardinaggio significa anche credere nel futuro”.
Capelli lisciati sulla testa e fisico muscoloso, il laconico uomo preferisce compilare un diario nel quale custodisce un segreto, e non consiste solo nel soddisfare sessualmente l’aristocratica agée. Minacciosi tatuaggi riempiono torso e schiena, a riprova di ciò che fu – nulla di buono, ma non dirò che cosa e in che contesto – prima di finire come un “angelo caduto” a occuparsi con sobria leggiadria di quel paradiso di piante e fiori.
L’arrivo nella tenuta della scapestrata pronipote ventenne dell’insopportabile padrona, la mezzosangue Maya, tossica e spacciatrice, movimenterà sin troppo l’esistenza spartana dell’uomo, esponendolo di nuovo ai rischi del caos. Del resto, come sentiamo dire dall’interessato, “i semi dell’amore germogliano all’improvviso, come i semi dell’odio”.
Introdotto da floreali titoli di testa e ingentilito da un sogno romantico, “Il maestro giardiniere” non ha forse la cupa compattezza di altri film di Schrader, ma si lascia vedere volentieri per l’ambientazione sudista e se non altro sfodera un lieto fine, il che non guasta. Joel Edgerton, Sigourney Weaver e Quintessa Swindell sono rispettivamente il giardiniere, la padrona e la ragazza: tutti bravi e in parte, ciascuno di essi con qualcosa da nascondere. E per una volta la molto presente colonna sonora, quasi a suggerire un che di tensione costante, non disturba.
Mi auguro che, commercialmente, vada meglio dei film precedenti, che sono “First Reformed” del 2017 e “Il collezionista di carte” del 2021: molto piacquero ai festivalieri veneziani, purtroppo poco al pubblico pagante. Non saprei dire se i titoli in questione costituiscano davvero un’ideale trilogia “bressoniana” (da Bresson), concepita dal regista e sceneggiatore attorno alle figure di uomini soli e tormentati, in cerca di una redenzione apparentemente impossibile. Ma la faccenda suona bene.
Michele Anselmi