L’angolo di Michele Anselmi
Lo dico subito: il film finisce bene, sia pure a modo suo. Non capita tanto spesso con le storie che ricostruiscono le imprese assai pericolose di agenti sotto copertura, anzi, ad essere precisi, di infiltrati (esiste una differenza giuridica rispetto al loro status). Giovedì 5 febbraio, targato Movies Inspired, esce “L’infiltrata”, film spagnolo scritto e diretto dalla regista Arantxa Echevarría, 58 anni, basca di origini. Lei è nata a Bilbao, ma l’azione si svolge perlopiù a San Sebastián nei primi anni Novanta, quando più feroce si fa la guerra senza esclusione di colpi tra la Policia Nacional spagnola, da non confondere con la Guardia Civil, e i terroristi dell’Eta, l’organizzazione indipendentista di sinistra sulla quale il nostro Gillo Pontecorvo girò il suo ultimo film, “Operazione Ogro”, con Gian Maria Volonté.
L’infiltrata in questione – il film viene da una storia vera – è un’audace poliziotta, Mónica Marín, che accetta di lasciare la sua vita in divisa su proposta di un alto ufficiale anti-terrorismo soprannominato “El inhumano” (“il disumano”). Obiettivo? Provare a entrare nei ranghi segretissimi nell’Eta. Nel 1992, poco più che ventenne, si fa passare per simpatizzante della sinistra nazionalista basca usando il nome Arantxa Berradre, riesce a non destare sospetti tra i militanti rivoluzionari e terroristi, finendo con l’essere accolta nell’organizzazione con incarichi non strettamente operativi.
Sola con il suo gatto, impossibilitata a tenere rapporti con la famiglia spagnola, Arantxa sembra vacillare rispetto alla missione, anche perché nel frattempo sono passati sei anni. La svolta arriva quando l’Eta, fidandosi di lei ma non troppo, le ordina di usare il suo nuovo appartamento per accogliere, in vista di altri attentati nonostante la tregua promessa dai bombaroli, due pericolosi membri del gruppo: il giovane Kepa Etxebarria appena uscito di galera e il più spietato e carismatico Sergio Polo.
«Questa guerra va vinta e io voglio essere in prima fila» sostiene all’inizio la poliziotta, ma la vita da “undercover” è micidiale su tutti i versanti: stress, affetti, amori, comportamenti, feste comandate, eccetera. Tanto più quando il suo capo le annuncia che la missione, troppo rischiosa per una donna, va interrotta con una scusa di fondi. Ma qualcosa sta per succedere…
Naturalmente il film, quasi due ore, “gioca” con gli stereotipi del genere, lasciando affiorare le motivazioni delle due parti in conflitto attraverso le psicologie dei personaggi, pure evocando le porcherie commesse dagli uni e dagli altri in quello scontro senza quartiere, sul filo del rasoio. Qua e là viene da pensare a certi film sull’Ira irlandese, anche se l’atmosfera basca – la lingua, il mare, il cibo, la vicina Francia scelta dai terroristi per non farsi catturare – conferisce al racconto, certo romanzesco e di crescente tensione, un tratto particolare. Incuriosisce pure lo sguardo che la regista posa sulla condizione delle donne coinvolte nella faccenda: l’infiltrata trattata quasi come una sguattera dai suoi compagni, una divagazione sessuale; la poliziotta che scopre di aspettare un figlio e teme di essere esclusa dall’operazione finale.
Benché oggi 34enne, Carolina Yuste mi pare perfetta nel ruolo di Mónica/Arantxa, di una bellezza distratta e “militante”, in bilico tra determinazione e fragilità. Iñigo Gastesi, Diego Anido, Luis Tosar, Nausicaa Bonnín appaiono rispettivamente nei ruoli dei due terroristi, del capo e della poliziotta incinta.
Dubito che una regista italiana saprebbe ricostruire, con lo stesso stile secco e livido, senza fronzoli, usando quel complesso andirivieni temporale, una storia legata, diciamo, alle Brigate rosse o ai Nar. Per la cronaca: il 3 maggio del 2018 l’Eta dichiarò di essersi sciolta, dopo 59 anni di attività eversive e 850 omicidi.
Michele Anselmi