L’angolo di Michele Anselmi
Il sottotitolo italiano di “Hamnet” recita “Nel nome del figlio” e forse dice troppo rispetto alla trama, svelando ciò che si capisce nell’ultima mezz’ora, laddove la 43enne regista cino-americana Chloé Zhao ricostruisce la prima rappresentazione al Globe Theatre di Londra della tragedia “Amleto”, scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601, quando il drammaturgo aveva attorno ai trentacinque anni. Hamnet equivale ad Hamlet, come ci ricorda una didascalia iniziale, a spiegare il legame stretto tra i due nomi anglosassoni che il film, candidato a 8 premi Oscar, s’incarica di svelare nel corso dei 125 minuti.
Io l’ho visto oggi in versione originale sottotitolata al cinema romano Nuova Olimpia: pubblico folto per essere il primo spettacolo, il che fa ben sperare sulla disponibilità degli spettatori, laddove sia possibile, di non accontentarsi più di un doppiaggio sempre “traditore”. Specialmente in questo caso.
Alla base della vicenda presa in mano dalla regista di “Nomadland”, Leone d’oro a Venezia 2020, c’è un romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’ Farrell, edito in Italia da Guanda nel 2021; e naturalmente non ci sono prove che i fatti siano andati come vediamo sul grande schermo, perché tutto ciò che riguarda la vita privata del drammaturgo inglese di Stratford-upon-Avon (1564-1616, forse) è oggetto ancora oggi di ipotesi e congetture. Anche per questo la moglie di Shakespeare, Anne Hathaway, assume qui il nome di Agnes Hathaway, immagino per rendere più “libera” la narrazione.
Nella prima scena la vediamo rannicchiata in posizione fetale sotto un albero della foresta, col suo vestito rosso e liso, il viso sporco, quasi una creatura boschiva subito raggiunta dal suo amico falco. La donna è bella e diretta, esperta di erbe e pozioni, allevata da una matrigna che non l’ha mai amata, poco incline a familiarizzare, da qualcuno considerata una specie di “strega”. Ma il giovane Shakespeare, figlio di un guantaio che non l’apprezza, insegna latino nel villaggio per tirare su qualche soldo. Tra i due, complice la leggenda di Orfeo ed Euridice, è amore/sesso a prima vista: prima nasce Susanna, da Agnes partorita nel bosco, e due anni dopo è la volta di Hamnet e Judith.
Non vorrei raccontare troppo, se non che all’incirca undici anni dopo la peste bubbonica colpisce i due figli, uno dei quali muore per uno strano giro del destino, e a quel punto Agnes sembra impazzire, rimproverando al marito di essere sempre fuori casa, assente, preso solo dal teatro che lo tiene a Londra per troppi mesi all’anno.
“Hamnet – Nel nome del figlio” è parecchie cose insieme: un dramma familiare, una storia di magia e maternità, un film sul teatro e l’elaborazione di un lutto devastante, anche una vicenda di riconciliazione con la vita. «Cosa dovrei fare?» chiede Agnes avvicinandosi al Globe per assistere alla prima di “Amleto”, controvoglia, quasi offesa; «Lascia aperto il tuo cuore» si sente rispondere dal fratello che l’accompagna.
Verismo naturalistico e artificio teatrale si mischiano in questo film che ogni tanto sembra cullarsi in una dimensione ieratica incline al sopore, tra fotografia a luce naturale, panorami verdeggianti o fangosi, interni accuratamente ricostruiti, musica eccessiva e bellezza delle parole. Ma ogni volta, direi, “Hamnet” sa riprendersi per rilanciare il senso di tragedia immanente, dentro un’atmosfera quieta e stoica scossa dal dolore squassante di Agnes, mentre il Bardo appare come etereo, subalterno, distante.
In questa chiave anche il celebre monologo che prende avvio con «To be, or not to be, that is the question» (lo scandisce Shakespeare sul molo che dà sul Tamigi, quasi stesse meditando di uccidersi) assume una forza emotiva diversa: un po’ perché ascoltato in inglese è tutta un’altra cosa, un po’ perché prepara il finalissimo davvero toccante anche nella sua raffinata calligrafia.
Jessie Buckley è una Agnes di intensa presenza fisica e vocale, forse fin troppo consapevole della propria bravura, e certo fa del personaggio una creatura misteriosa, selvatica e vibrante; mentre Paul Mescal, il Lucio del secondo “Il gladiatore”, restituisce uno Shakespeare introverso e scorticato, in fondo simile al Fantasma della mitica tragedia sul principe di Danimarca.
Consiglio di non lasciare la sala all’apparire dei titoli di coda: echeggia una soave canzone tradizionale intitolata “My Robin to the Greenwood did go” che sarebbe un peccato non ascoltare.
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(inglese)
«To be, or not to be, that is the question:
Whether ‘tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And, by opposing, end them».
(italiano)
«Essere o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine».
(“Amleto”, atto III, scena 1)