Tra voli spaziali e viaggi lisergici, light show e deserti, Stefano Cerati ci porta alla scoperta del volto più oscuro della psichedelia con “I 100 migliori dischi stoner heavy psych”. Il dizionario è idealmente diviso in due parti: la prima comprende settantacinque analisi di dischi più propriamente psichedelici e stoner, mentre la seconda analizza venticinque lavori più afferenti alla sfera del metal. Ne abbiamo parlato con Stefano.

“I 100 migliori dischi stoner heavy psych” è una manuale che mette ordine in un genere ricchissimo e dalle radici straordinariamente varie. Parliamo di come nasce il progetto?
Stefano Cerati: Il progetto nasce dalla mia grande passione per la psichedelia che è il mio genere musicale preferito assieme all’hard rock e all’heavy metal. Sono cresciuto ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix, i Cream, i Pink Floyd assieme alle grandi band hard rock degli anni ‘70 e in fondo mi sento un hippie del nuovo millennio. Avevo già scritto per i ragazzi di Tsunami la guida su “I 100 migliori dischi Doom”, di cui questo libro è il complemento logico e naturale, ma loro non erano intenzionati a pubblicarlo, così ho fatto da solo tramite la mia casa editrice che pubblica “Rock Hard”. Negli ultimi anni, diciamo nel nuovo millennio, le sonorità heavy psych sono quelle che ascolto più volentieri perché mi ricordano gli anni ‘70, vado a diversi festival del genere, soprattutto il Roadburn e il Desertfest, e per poco tempo, un anno e mezzo, ho avuto anche una rivista dedicata a questi generi, “FIRE”, scritta in inglese. Fare uscire il libro in allegato con lo speciale sui Motorhead ha senso perché Lemmy ha cominciato proprio con la psichedelia, suonando con Sam Gopal e poi con gli Hawkwind, la prima band space rock.

Da una parte, la psichedelia, dall’altra, l’hard rock, dal loro intrecciarsi, nasce una nuova via al rock che sa intercettare anche quella ricerca dell’ignoto che ha a che fare con la conquista dello spazio del luglio 1969… Parliamo delle motivazioni anche storiche del genere?
S.C.: Dall’inizio degli anni ‘60 la conquista dello spazio, culminata con l’atterraggio sulla luna del luglio 1969, ha suscitato grande suggestione e fantasie diverse negli uomini che si sono lasciati attrarre da questi spazi infiniti in cui perdersi e sognare. La voglia di espandere i confini della propria mente e della propria immaginazione è stata poi alimentata, sempre negli anni ‘60, dalla sperimentazione con le droghe psicotrope, gli acidi in primi luogo, l’LSD, che hanno aperto possibilità creative immense, non solo musicalmente, nelle persone che si lasciavano trasportare oltre alle “porte della percezione”. Credo che questi due fattori, la ricerca dei voli spaziali e la sperimentazione con le droghe, siano stati i fattori che hanno fatto letteralmente decollare questo tipo di musica a partire dalla metà degli anni 60.

Dai Pink Floyd e gli Hawkwind come si arriva all’heavy psych propriamente detto? Quali sono le sperimentazioni di queste due band faro – magari più vicine allo space rock – che hanno più sedimentato nel lavoro di Kyuss, Monster Magnet e altre band degli anni Novanta?
S.C.: Sono epoche e momenti storici diversi, non solo socialmente, ma anche musicalmente. I Pink Floyd e gli Hawkwind si muovevano a Londra in un grande centro urbano e la loro sperimentazione non si limitava alla musica, ma anche alle immagini e alla performance. Ai light show si abbinavano, nel caso degli Hawkwind, anche recitazioni di poesie e ballerine che introducevano un elemento tribale ed esoterico. Lo stoner invece nasce in un luogo esattamente opposto, il deserto, ed è stato concepito per catturare le sensazioni magiche e ipnotiche di quei paesaggi immensi. In comune queste due generazioni avevano la voglia di “abbandonarsi” al flusso della musica, costruendo lunghe jam in cui potevano inserire di tutto, dagli effetti spaziali, a lunghe parti strumentali, assoli, recitazioni, preghiere sciamaniche e ogni sorta di suono che potesse condurre l’ascoltatore in una specie di trance. L’obiettivo comune non era solo quello di creare delle canzoni, ma un’atmosfera, un vero e proprio paesaggio sonoro.

Come nasce la definizione di genere “stoner – heavy psych” e, restringendo il campo, quali sono i 10 album che consiglieresti a chi voglia avvicinarsi al genere?
S.C.: Le definizioni di vari generi e sottogeneri le inventano sempre i giornalisti, desiderosi di dare un nome a un nuovo fenomeno musicale. Stoner nasce dal fatto che diversi di questi gruppi amavano suonare e comporre sotto l’influenza di droghe, e quindi erano “stonati”, da cui stoner. Per onestà bisogna dire che il termine non piace a diverse band perché sembra sminuire il loro lavoro che viene fatto passare come opera di “fattoni perennemente sballati”. Heavy psych è un termine molto più accettato e che rende bene l’idea di mettere assieme psichedelia e hard rock.
Quanto ai 10 album per cominciare i primi 5 sono validi per sempre, mentre per gli altri 5 domani potrei preferirne anche altri.
Ascolti assolutamente imprescindibili sono i Big 4 americani, Kyuss, Monster Magnet, Fu Manchu e Sleep e gli Electric Wizard, quindi

1. Kyuss – Blues for the Red Sun
2. Monster Magnet – Dopes to Infinity
3. Fu Manchu – In Search Of…
4. Sleep – Jerusalem
5. Electric Wizard – Dopethrone
6. Nebula – To the Center
7. Nepal Death – Nepal Death
8. Wucan – Reap the Storm
9. Yuri Gagarin – The Outskirts of Infinity
10. Nightstick – Ultimatum