L’angolo di Michele Anselmi
Il titolo inglese recita semplicemente “Nyad”, dal nome d’arte, significa “ninfa dell’acqua”, acquisito dalla nuotatrice americana Diana Sneed, newyorkese, oggi 74enne. Il sottotitolo italiano “Oltre l’oceano” non significa nulla, ma il film invece lo consiglio caldamente: si può vederlo su Netflix dal 3 novembre scorso. Debbo la segnalazione all’attrice Antonella Fattori, giustamente coinvolta dall’intensa prova delle due famose colleghe: Annette Bening e Jodie Foster. L’una 65enne e l’altra 60enne, Bening e Foster incarnano personaggi suppergiù della stessa età, e questo rende ancora più credibile il film diretto da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi, scritto da Julia Cox sulla base del libro autobiografico “Find a Way”.
Due ore esatte per rievocare la folle e mirabile tenacia con la quale, ormai sessantenne, l’ex nuotatrice diventata cronista sportiva si mise in testa di provare a vincere la sfida persa trentadue anni prima: coprire a nuoto il tratto di mare tra L’Avana e Key West, ossia tra Cuba e Florida. Circa 165 chilometri di acqua salata, tra correnti forti, meduse micidiali e squali d’ogni tipo, per un totale di circa 250 mila bracciate.
Perché lo fece? Per noia insinuante, per senso della scommessa fisica, per rimettersi in gioco. “Never Give Up”, mai mollare, fu la spinta principale; e poi avrebbe aggiunto: “Non è mai troppo tardi per coronare un sogno” e “Sembra uno sport solitario, ma ci vuole una squadra”. Vero.
Bening incarna appunto Diana: tosta, impaziente, capelli biondi corti con frangetta, un’aria da ex fricchettona sciroccata, un po’ in stile “Point Break”. Nel 2010, a 60 anni appena compiuti e col fisico appesantito, la donna coinvolge l’amica ed ex amante Bonnie Stoll, appunto Jodie Foster, affinché le dia una mano come “coach”. Sembra una roba impossibile, da matti, i medici sconsigliano, ma la nuotatrice trova uno sponsor, una barca adatta per seguirla durante la traversata, pilotata dal marinaio John Bartlett, e un giovane esperto di squali che ha inventato un sistema elettrico per evitare attacchi.
Inutile dire che il primo tentativo, che poi è il secondo considerando quello di gioventù, finisce miseramente. Ma lei non si dà per vinta, contro tutto e tutti ci riprova, per altre tre volte, rischiando pure di morire a causa delle micidiali cubo-meduse.
Alla fine, nel 2013, a 64 anni, riuscirà a farcela nel tripudio generale di cubani e americani: 177 chilometri di mare, 58 ore ininterrotte in acqua, facendosi compagnia, mentalmente, con le canzoni di Neil Young, Janis Joplin, Simon & Garfunkel e le poesie di Mary Oliver.
Ogni record, nella vita come al cinema, vale per ciò che si porta dietro, soprattutto sul piano simbolico, esistenziale. Diane Nyad volle rimettersi in acqua per sfidare sé stessa, con notevole egoismo, ma anche un forte senso della dignità personale. La riscossa femminile, del resto, attraversa tutto il film, in una chiave interessante, non didascalica o retorica, nella quale convergono ricordi dolorosi (uno stupro subito dall’allenatore) e sorellanza lesbica (la dedizione generosa di Bonnie).
Sia Bening sia Foster accettano di imbruttirsi un po’ o di mostrare i segni dell’età, per dare credibilità ai personaggi e non ingentilire il tutto in modalità hollywoodiana. Ma anche l’inglese Rhys Ifans sfodera una sensibile e dolente bravura nel restituire il cruciale Bartlett che sarebbe morto di lì a poco.
Il solito consiglio: vedetelo in lingua originale coi sottotitoli, tutta un’altra cosa rispetto alla versione doppiata in italiana.
Michele Anselmi