L’angolo di Michele Anselmi 

E già. “Non si viene a Lourdes per i miracoli. Si viene qui per trovare la forza di andare avanti quando non c’è alcun miracolo”: lo scandisce il bravo prete cattolico che ha accompagnato nella cittadina di Bernadette un gruppo di donne dublinesi in trasferta, tutte più o meno credenti. In questa frase, a suo modo cruciale, sta il senso di “The Miracle Club”, il film di Thaddeus O’Sullivan che arriva giovedì 4 gennaio nelle sale con Europictures. A prima vista sembra un film all’antica, di quelli che un tempo uscivano al romano cinema Rivoli, oggi chiuso: donne di una certa età, specie di pomeriggio. Ma io trovo che, dietro la confezione rassicurante, a tratti stucchevole, tipo tazza di tè e biscottini al burro, con musica spalmata dappertutto, il film custodisca una densità più fosca e asprigna, al di là del finale all’insegna di una quieta speranza.
Siamo a Dublino, nel 1967, ma sembrano gli anni Cinquanta (auto, arredi, acconciature, abiti, oggetti, corriere). La quasi sessantenne Chrissie è appena tornata dagli Stati Uniti, dopo quattro decenni di silenzio, per i funerali della madre Maureen. Ma arriva tardi, l’anziana donna è stata già sepolta, e così la “straniera”, ormai viene vista così, fatica ad essere accettata dalle due donne che un tempo le volevano bene: l’ottantenne Lily e la sessantenne Eileen. Ciascuna delle due cova un risentimento nei confronti di Chrissie, forse perché partì per Boston senza più farsi viva.
Scopriremo, strada facendo, che sordi rancori covano dietro quell’atteggiamento, a causa di un amore finito male, con la morte per annegamento di Declan, l’unico figlio di Lily. Poi c’è la più giovane Dolly, mal maritata e mamma di un bambino che tarda a parlare, come murato vivo in un mutismo insondabile.
“The Miracle Club” suona come un titolo da commedia, anche se il film trova tonalità ironiche solo in alcune battute che le quattro donne, avviate a Lourdes per una sorta di premio conferito dalla comunità, si scambiano durante il viaggio e infine nella cittadina francese. Per il resto, è il tema della riconciliazione quello che guida le mosse del quartetto, tra noduli insidiosi al seno, pesanti scarpe ortopediche, ferite mai sanate, bagni nell’acqua santa e schermaglie al ristorante.
Incuriosisce la cura nella scelta dei colori, all’epoca andava di moda la canzone “Mellow Yellow” di Donovan: infatti il giallo zafferano risalta sul soprabito, più moderno e ben tagliato, indossato da Chrissie, non a caso volata dagli Stati Uniti. E direi che, rispetto a film più precisamente rivolti a descrivere il mondo di Lourdes coi suoi pellegrinaggi, da “Il miracolo” di Jean-Pierre Mocky a “Lourdes” di Jessica Hausner, “The Miracle Club” usi quel contesto così particolare per parlare d’altro, non della fede cattolica o della credulità popolare.
Specie nella versione originale in inglese, le interpreti intavolano un quartetto che si lascia vedere volentieri, via via limando i bozzetti “irish” per far emergere i personaggi in carne e ossa. L’americana Laura Linney, attrice davvero intensa e sensibile, incarna Chrissie, vittima di un tenace pregiudizio, mentre Maggie Smith, Kathy Bates e la meno nota Agnes O’Casey sono rispettivamente Lily, Eileen e Dolly. Gli uomini non escono granché bene dalla faccenda, anche se alla fine, quasi per miracolo…

Michele Anselmi