Mahito ha dodici anni, ed è alla ricerca di sé stesso in un mondo precario. Sarà l’avventura in un luogo incantato a cambiarlo per sempre, e a fargli vedere la sua vita da una nuova prospettiva. Dopo sette anni di produzione, in mano allo Studio Ghibli, è uscito “Il ragazzo e l’airone”, il nuovo film dell’animatore giapponese Hayao Miyazaki. Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Mahito, il protagonista della storia, perde improvvisamente la madre durante un incendio. Un anno dopo, ancora in lutto, deve affrontare alcuni cambiamenti significativi. Il primo è il matrimonio di suo padre con una nuova compagna, Natsuko, che è anche incinta di un bambino. Inoltre, a causa del lavoro dell’uomo, fabbricante di aerei da guerra, tutta la famiglia deve momentaneamente trasferirsi in una località di campagna. Mentre Mahito tenta di adattarsi al nuovo ambiente, uno strano airone parlante lo prende di mira, ed inizia continuamente a dargli fastidio. Un giorno Natsuko sparisce nel nulla, e il ragazzo è subito convinto della responsabilità dell’airone. Seguendo l’animale, scopre un portale per un’altra dimensione: solo entrando al suo interno potrà sperare di trovare la matrigna e riportarla a casa. La prima parte della storia ha un ritmo lento, e ci racconta attraverso gli occhi del protagonista di un Giappone antico e rurale, minacciato dalla guerra che campeggia sullo sfondo. Qui il riferimento di Miyazaki è “Una tomba per le lucciole” di Isao Takahata, sia a livello visivo, nelle fiamme della prima scena in particolare, che nel dramma della perdita della figura materna del protagonista, suo porto sicuro in un momento storico terribile. Nella seconda parte, la narrazione diviene totalmente fantasiosa, e Mahito si ritrova catapultato in un mondo alternativo, tra “La città incantata” e l’aldilà dantesco. Qui, tra ostacoli da superare e due figure femminili che diventano sue guide temporanee, il ragazzo compie un percorso sia di elaborazione della morte della madre che di accettazione di Natsuko come sua sostituta. L’animazione, dallo stile nostalgico che è marchio di fabbrica dello Studio, è ricca di dettagli e suggestioni visive. Ogni elemento è pieno di simbolismi, a partire dall’airone, che nel folklore giapponese rappresenta il passaggio tra due mondi, fino ad arrivare agli antagonisti che deve affrontare, giganti pappagalli che sembrano una versione mitigata dei militari. Questa dimensione alternativa è infatti a prima vista migliore della realtà, un luogo ideale in cui rifugiarsi contro gli orrori della guerra. Ma scappare da ciò che fa stare male non è la via giusta per risolvere i problemi. Miyazaki torna con questa pellicola ad alcuni temi portanti della sua filmografia, dall’antimilitarismo al ruolo cardine delle donne, che qui rappresentano un’alternativa alla distruzione messa in atto sui campi di battaglia dagli uomini. Attraverso la restaurazione di un solido legame con il femminile, Mahito ha di nuovo un punto di riferimento per riuscire a vivere nel mondo reale, nonostante le sue crudeltà ed ingiustizie. Solo qui si può infatti ottenere una felicità piena, per quanto imperfetta, a scapito di qualsiasi finzione.

Martina Genovese